Roma – Il sondaggio di lunedì era atteso, ma vederlo così, nero su bianco, un certo effetto l’ha fatto. La Lega appaiata a quello che fino a tre mesi fa era il proprio vicesegretario, lo Iago di Salvini. Un sondaggio che ha fatto sobbalzare i dirigenti del Carroccio, nella certezza che quello della settimana prossima sarà anche peggio. Quando uno scende e uno sale, difficilmente la dinamica si arresta. Il destino è scritto.
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Così l’effetto Vannacci, che nel 2024 funzionò come brodino caldo per una segreteria Salvini già in affanno e permise al Capitano di passare la nottata e il congresso, adesso presenta il conto. L’esternazionalizzazione del consenso è stata una cambiale in scadenza. La settimana scorsa c’è stato il primo confronto interno, ma non è stato risolutivo, e la telenovela va avanti. Oggi mercoledì 17 giugno doveva tenersi un’altra puntata della serie, nella forma di un secondo “Federale”, ma il redde rationem è saltato. Si deciderà tutto nella due giorni del 4 e 5 luglio nel Trevigiano, ma mancano ancora troppi giorni e forse qualcosa potrebbe anche accadere prima. Nel frattempo si va avanti con questo clima sospeso, che un po’ – sempre per restare in tema Lega – ricorda la notte delle scope. Gli striscioni “Zaia segretario” apparsi al Nord ricordano più di qualcosa.
D’altra parte c’è una grossa parte del partito che vive la strana distonia di sentirsi potente – perché a casa propria è potente, e basti pensare che cosa è la Lega in Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia – e poi guarda i sondaggi e si ritrova dietro Vannacci. Zaia, Fedriga, Fontana (Attilio) è gente che sui territori ha i voti, il potere e in certi casi anche una buona classe dirigente, e non accetta il declino che la Lega di Salvini ha adesso imboccato. La Lega nazionale, la mutazione genetica che il Capitano ha imposto al Carroccio. Che andava bene quando si stava al 34 per cento ma che poi col passare del tempo ha mostrato il segno.
D’altra parte in molti, anche all’interno del mondo leghista, avevano sottolineato come la deriva nazionale di destra fosse un grande rischio per un partito di governo. Il rischio di doverla sparare sempre più grossa, perché poi arriva uno che la spara più grossa di te senza obblighi di prudenze istituzionali e sei fregato. È la trappola in cui è finito Salvini e che adesso quelli con i voti vogliono rinfacciargli. I dirigenti leghisti, ma anche gli altri ‘danti causa’ che nel nord ricco è da trent’anni che interloquiscono con la Lega. Attenzione però, non è una questione solo del Nord-Est, la classica piccola e media impresa da sempre con la camicia verde. Stirata, ma verde. C’è di mezzo anche la Lombardia, e non è un caso che tra coloro che sollecitano l’esigenza di “tornare ai territori” ci sia il governatore lombardo Attilio Fontana.
Si tratterà adesso di capire come si muoverà Salvini, se cercherà un compromesso con i colonnelli, o difenderà fino alla morte la propria posizione. Come interessante sarà capire il comportamento del vero pezzo da Novanta della Lega, Giancarlo Giorgetti. Che però ha sempre assunto più il profilo di un tecnocrate che di un capopopolo. Anche se ieri ha azzardato: “Matteo Salvini è stato eletto dal congresso un anno fa e ora sta ascoltando tutti poi deciderà lui cosa fare..”. Certo è che entro poco, un mese al massimo, qualche tipo di sintesi andrà trovata. Sarà forse la stessa presidente del Consiglio a sollecitarla, ovviamente in forma riservata. Dei tanti problemi che assillano Giorgia Meloni, da Vannacci a Trump, l’implosione della Lega è davvero quello che la premier cercherà di evitarsi.