Al G8 di Genova del 2001 le proteste di piazza furono soffocate nel sangue e nella tortura. Lorenzo Guadagnucci, in “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova” (Altreconomia), parla delle conseguenze. Pubblichiamo un estratto
Nel 2011, a 10 anni dal G8 genovese, Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto, psicologi sociali all’Università di Padova, condussero un’indagine per individuare le tracce lasciate dai fatti del luglio 2001, considerando sia le ricadute sulla psiche individuale di vittime e testimoni sia i processi di elaborazione della memoria sociale: un lavoro, unico nel suo genere, confluito nel libro Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico (Liguori 2011).
Zamperini e Menegatto già allora scrivevano che del G8 di Genova perduravano nella società conseguenze psicosociali riconducibili a “un senso diffuso di ingiustizia percepita, una grande sofferenza umana, una marcata erosione della fiducia fra cittadini, forze dell’ordine e istituzioni”. E definivano i fatti del luglio 2001 come “un esteso trauma psicopolitico”, sottolineandone al contempo la natura di evento a elevata persistenza simbolica e sociale, destinato “a conficcarsi nel futuro, a inscriversi nella memoria collettiva e a produrre effetti di lungo periodo sul senso di cittadinanza”. Così scrivevano: “Continuerà a parlare a noi di noi anche dopo il suo iter giudiziario”.
Sono passati altri 15 anni da quel libro pionieristico, e le riflessioni di Zamperini e Menegatto attorno all’uso della forza da parte delle forze dell’ordine e agli effetti sulla popolazione e nelle relazioni con i cittadini non sono mai cessate: ne hanno trattato nei loro corsi universitari, in altre indagini, in un libro dal titolo Violenza e democrazia. Psicologia della coercizione: torture, abusi, ingiustizie (Mimesis 2016).
I due studiosi non si sono quindi attenuti alla consegna del silenzio e della rimozione seguita in molti campi di studio, e anzi hanno rapidamente considerato i fatti di Genova come uno spartiacque non solo politico ma anche sociale e psicologico, un momento di passaggio destinato a rimanere impresso nella memoria collettiva.
A 25 anni dai fatti è il momento della verifica: il G8 di Genova parla davvero ancora “a noi di noi”? E il trauma psicopolitico è ancora attuale o è stato assorbito? “Ci è capitato di recente”, dicono Zamperini e Menegatto, passandosi la parola, “di discutere una tesi triennale sulla memoria del G8, presentata da una studentessa che nel 2001 non era ancora nata. È stata un’occasione, non l’unica, per fare i conti con le nuove generazioni, ed è emerso anche con lei come il G8 di Genova sia stata una grossa frattura, una delle tante nella storia d’Italia. E sappiamo che tutti i traumi lasciano un segno, una cicatrice, una ferita da cui non puoi prescindere. (…)
A Genova, attivisti politici e sociali erano insieme a insegnanti, scout, cooperatori, cittadini comuni
Questa studentessa rimarcava il fatto che l’uso sregolato e violento della forza aveva schiacciato e occultato i grandi temi posti dal movimento: la giustizia sociale, la questione ambientale, il diritto al futuro. Temi sollevati e affrontati all’epoca in modo innovativo, con un patto trasversale nato in seno alla società. A Genova, attivisti politici e sociali erano insieme a insegnanti, scout, cooperatori, cittadini comuni: l’intera società era presente, con le sue contraddizioni e difficoltà, ma era un momento unico di coesione e condivisione, mai visto prima nel nostro Paese.
La risposta delle istituzioni è stata la violenza, e la violenza, purtroppo, è per sempre. Nel 2011, al tempo della nostra ricerca, il nostro sforzo fu quello di storicizzare i fatti, cercando di trovare un modo per rappresentare un lascito di sofferenza che andava oltre la dimensione strettamente sanitaria, spesso derubricata a Ptsd (Post traumatic stress disorder). Così, siamo arrivati a elaborare la nozione di ‘trauma psicopolitico’. Una condizione che emerge all’intersezione tra esperienza soggettiva e contesto politico-istituzionale. E oggi ne vediamo tracce anche nelle nuove generazioni che, all’epoca del G8, non erano ancora nate”. (…)
La risposta delle istituzioni è stata la violenza, e la violenza, purtroppo, è per sempre
“Tutte le ferite”, dicono ancora Zamperini e Menegatto, “possono essere curate, ma nel caso del G8 di Genova la frattura tra cittadini e istituzioni non è stata affrontata in modo adeguato; la ferita non è stata sanata e permane quel clima di sfiducia che avevamo riscontrato anche quindici anni fa. Il campo della protesta è continuamente mortificato e chi ne subisce di più le conseguenze sono proprio quei giovani che oggi sono protagonisti di tante lotte sociali. È questa l’ombra lunga del trauma. (…) Su questo terreno troppo poco è stato fatto, e troppi sono stati gli episodi di uso sregolato della forza. E poi oggi prevale una narrazione istituzionale che a nostro avviso è molto pericolosa.
La ferita non è stata sanata e permane quel clima di sfiducia che avevamo riscontrato anche quindici anni fa
Le polizie tendono a proporsi e raccontarsi secondo lo schema del vittimismo competitivo, un fenomeno tipico dei conflitti fra gruppi ma improprio per un’istituzione pubblica. Lo abbiamo analizzato studiando le forme di comunicazione degli organi di polizia. In occasione di scontri, disordini e denunce di abusi e violenze, si sostiene regolarmente la tesi di essere le vere vittime, di avere subìto un’aggressione, un attacco, qualcosa di così grave da giustificare la propria reazione, che dunque dev’essere considerata adeguata. L’uso di questa strategia comunicativa dimostra che, in molti casi, gli organi di polizia tendono a percepirsi come un corpo a sé stante rispetto al resto della collettività; denota una difficoltà a fare i conti con l’assetto democratico nel quale sono collocati”. (…)
“Invece di domandarci, come collettività, perché dei giovani attivisti per la giustizia climatica si incollino a un quadro”, dicono Zamperini e Menegatto, “si fa una legge per trasformare questa forma di protesta in reato penale”. Il trauma psicopolitico del 2001, invece di essere circoscritto, viene quindi rafforzato introducendo nuove “disabilità”, nuove forme di menomazione della capacità di esercitare i propri diritti di cittadinanza.