Stabilicum, la maggioranza tratta sulla legge elettorale: sul piatto premi, preferenze e concessioni

Roma – Dietro l’eterno tormentone sulle preferenze, la maggioranza nasconde problemi di ben altre dimensioni. Con il voto in Aula rinviato, la coalizione si è presa una decina di giorni per sciogliere il nodo e salvare la faccia. Mentre i tecnici cercano alchimie vertiginose, la soluzione su cui scommettono i bookmaker sa di beffa: preferenze libere sulla carta, ma annullate nella sostanza blindando i primi due o addirittura tre nomi in lista. Quasi una presa in giro. E in questo stallo, prosperano le voci più surreali: come quella — sponda Lega — di voler infilare nella trattativa il Viminale per Salvini, subito stoppata dagli alleati.

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Il punto è che il braccio di ferro sulle regole del voto è lo specchio di uno scontro più profondo, che tocca le alleanze e l’identità stessa della destra italiana. Giorgia Meloni, come spesso le capita, si trova costretta a scegliere tra una postura di centro e una più marcatamente di destra, anche se per sua natura preferirebbe mantenere le due anime in equilibrio. Il guastafeste Roberto Vannacci, tuttavia, non ha intenzione di permetterglielo e la lavora ai fianchi ogni giorno. Ieri il Generale si è detto favorevole a un approdo della premier al Quirinale, ma ha subito alzato la posta: “Non so quanto potrei essere invogliato a votarla se non si impone per portare le preferenze nella legge elettorale”.

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Sul fronte opposto, Marina Berlusconi ha preso in mano il telefono nei giorni scorsi non per vagliare le strategie politiche, ma per comunicare a Giorgia un veto assoluto: un eventuale ingresso di Futuro Nazionale nella coalizione significherebbe l’addio di Forza Italia. Si tratta di una forzatura tattica anche verso il suo stesso partito, dove molti, pur di evitare la sconfitta, ingoierebbero il rospo; ma Marina no, e a dare le carte è lei. Non è un caso che, parlando di preferenze, anche il mite Antonio Tajani abbia tirato fuori gli artigli: “C’è un testo legislativo depositato, quindi c’era un accordo”.

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In realtà, il problema potrebbe non porsi affatto. Le voci che filtrano dallo stato maggiore di Vannacci confermano che lui non ha alcuna intenzione di allearsi. Non può ammetterlo apertamente per non intestarsi la responsabilità di spianare la strada alla sinistra — specie con la partita del Quirinale aperta —, ma le sue dichiarazioni sono di facciata: “C’è chi erige muri, chi dice che noi non siamo compatibili, chi dice che non farà mai un’alleanza con noi… sono gli altri a dirlo, non noi”. Lo ha ribadito ieri e lo ripeterà all’infinito, ma all’atto pratico il Generale alzerà linee rosse invalicabili finché il centrodestra non sarà costretto a certificare l’accordo impossibile. Il suo piano è limpido: sfruttare la marcia solitaria per crescere e poi dettare le condizioni a una destra radicale senza alleati centristi, partendo da una posizione di forza.

Il generale Roberto Vannacci
Del generale Roberto Vannacci è espressione diretta “Vigevano Futura“ che con Furio Suvilla candidato ha raccolto oltre il 14% dei suffragi e avrebbe potuto diventare l’ago della bilancia

La premier si ritrova così stretta in una morsa. Da erede di Giorgio Almirante, non vuole regalare a Vannacci il monopolio della destra estrema, né intende rompere con l’Europa o finire subalterna a un competitor così ingombrante. D’altra parte, inseguire il Generale sul terreno della destra sovranista — quella di AfD in Germania — le farebbe perdere in un colpo solo sia Arcore sia Bruxelles, ovvero l’ancoraggio moderato e la legittimazione internazionale. Per uscire dall’angolo, molti dentro Fratelli d’Italia e nella maggioranza studiano le contromisure: c’è chi valuta l’opportunità di tenersi il Rosatellum, che spunterebbe le unghie a Vannacci, e chi suggerisce di alzare lo sbarramento per il premio dello Stabilicum al 45%, come prevede l’emendamento presentato da Azione.

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Così, difficilmente una coalizione riuscirebbe a centrare la soglia, e in uno scenario di stallo proporzionale il primo partito d’Italia — cioè FdI — avrebbe praterie davanti a sé per fare i propri giochi. Si tratta di tatticismi a cui Giorgia Meloni, per ora, non intende prestare orecchio: non appartengono alla sua cultura politica e, soprattutto, non fanno parte del suo carattere.