L’analisi di Vespa. La compattezza dopo lo strappo. Ma il centrodestra cerca risposte

Roma, 17 luglio 2026 – Saranno due mesi operosi quelli che ci separano da settembre quando la nuova legge elettorale, approvata ieri alla Camera, passerà al Senato per il varo definitivo. Già nella giornata di mercoledì, dopo la clamorosa bocciatura del giorno precedente, la maggioranza di centrodestra si era ricompattata, come ha fatto ieri nella votazione definitiva. Lo schiaffo di martedì è stato pesante per Giorgia Meloni (e pesantissimo per Tajani e Salvini). Ma la presidente del Consiglio porta a casa un risultato politico e mediatico rilevante perché può intestarsi la difesa delle preferenze e quindi il contrasto al pieno dominio dei partiti sui candidati con le liste bloccate.

I cittadini amano scegliere e le preferenze, seppure ridotte, vanno incontro a questo desiderio. Io ci ho provato, dice Meloni agli elettori. Se non ci sono riuscita, è colpa dei franchi tiratori della mia maggioranza, ma soprattutto della sinistra che ha voluto ad ogni costo tenersi le liste bloccate e quindi il controllo assoluto dei candidati.

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Il regolamento del Senato prevede la votazione con scrutinio palese e quindi – a meno di situazioni paradossali – l’approvazione della legge è scontata. Il problema per Meloni è se giocare alla roulette russa per tentare la reintroduzione delle preferenze all’ultimo momento. È la soluzione tecnica prospettata dal presidente del Senato La Russa: a quel punto votare contro significherebbe far saltare l’intera nuova legge elettorale. Conclusione molto improbabile, ma chi invita alla prudenza dice a Meloni: perché rischiare quando hai già dimostrato ai cittadini che sei favorevole a farli scegliere e se non è stato possibile è per colpa della sinistra?

Questi due mesi saranno impiegati, anche sotto l’ombrellone, nel capire perché una parte dei deputati di Forza Italia e della Lega ha votato contro le preferenze. Una prima risposta – che riguarda anche le donne, penalizzate dalla riduzione della parità di genere – è comprensibile sotto il profilo umano: se sono debole sulle preferenze e rischio seriamente di non essere rieletta/rieletto, meglio tenermi la legge attuale.

Ma c’è un sottotesto che non va ignorato. I due partiti sono divisi al loro interno. In Forza Italia c’è il partito di Marina Berlusconi che non ama quello di Antonio Tajani. Nella Lega c’è il partito dei governatori che non ama quello di Matteo Salvini. Il segretario leghista vorrebbe che si votasse per le elezioni politiche nell’ottobre del 2027, cioè alla scadenza della legislatura, nella speranza di ricomporre la storica unità leghista e di veder sgonfiarsi il fenomeno Vannacci.

Non c’è da meravigliarsi che Fratelli d’Italia abbia votato l’emendamento favorevole alle preferenze presentato dai deputati fedeli al generale. Hanno votato la proposta (coerente con la propria) e non i proponenti, sapendo benissimo che sarebbe stata bocciata. Anche se si votasse in aprile, come sembra preferire la presidente del Consiglio, è molto presto per stabilire quali rapporti avere con lui, anche se sembra scontato che un Vannacci fuori l’alleanza di centrodestra sarebbe destinato a prendere meno consensi, perché non si gioverebbe del “voto utile” che lo premierebbe all’interno della maggioranza attuale.