Quello stesso Palazzo Ducale di Genova, dove nel 2001 si riunirono i grandi del mondo (il G8), ospiterà l’assemblea dei No Kings, movimento di protesta nato negli Usa, in qualche modo erede dell’allora movimento No Global. Da oggi è previsto il clou degli eventi per ricordare la violenza della polizia contro gli attivisti. Nel pomeriggio un corteo sfilerà da piazza Alimonda, dove Carlo Giuliani venne ucciso dal carabiniere Mario Placanica. Chiuderà tutto, domani, la fiaccolata alla scuola Diaz, quella della ’macelleria messicana’, dove rimasero ferite 82 persone su 93 presenti.
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Quando si viene picchiati brutalmente a colpi di manganello, senza potersi difendere, si prova un senso di umana umiliazione. Se poi i picchiatori sono uomini in divisa, dipendenti dello stato, si aggiungono lo stupore e l’indignazione, per quanto sul momento soffocati dal dolore fisico e dalla paura. Quando sono uscito in barella dalla scuola Diaz, la notte del 21 luglio 2001, ancora non sapevo d’essere in stato d’arresto sulla base di prove inventate (due bombe molotov portate dagli stessi poliziotti), ma già capivo che lo stato mi era crollato addosso, che il mio spirito di cittadinanza era finito in frantumi come le ossa mie e di tanti altri.
Ancora non sapevo d’essere in stato d’arresto sulla base di prove inventate
Sono passati venticinque anni e tante cose nel frattempo sono accadute. Processi, condanne, il riconoscimento che l’irruzione alla scuola Diaz è stato un caso di tortura (lo ha detto la Corte europea per i diritti umani) e tuttavia perdura il mio disagio di cittadino verso le forze di polizia e quindi verso lo stato come istituzione. Personalmente e con il Comitato verità e giustizia per Genova nato nel 2002 non abbiamo lesinato gli sforzi per ritrovare la fiducia perduta nella “notte dei manganelli”.
Negli anni abbiamo testimoniato, promosso incontri con sindacalisti di polizia, proposto misure utili a sanare la ferita aperta dalle violenze, dagli abusi, dai falsi che caratterizzarono l’azione delle forze dell’ordine nelle tragiche giornate genovesi, culminate nell’omicidio di Carlo Giuliani. Chiedevamo una legge sulla tortura (arrivata faticosamente, e mal scritta, solo nel 2017), i codici di riconoscimento sulle divise degli agenti, la sospensione degli indagati e la rimozione dei condannati; chiedevamo ai vertici di polizia di chiedere scusa, di riconoscere le proprie gravissime responsabilità e di ripudiare i “fatti del G8” perché incompatibili con la democrazia costituzionale.
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Niente del genere è avvenuto: niente codici; niente sospensioni e rimozioni, semmai promozioni e rientri in polizia a fine pena; né vere scuse, né vere assunzioni di responsabilità. E nessun ripudio, tanto che la “più grave sospensione dei diritti umani avvenuta in Europa negli ultimi decenni” (Amnesty International) è semmai nel curriculum delle nostre forze dell’ordine. E ci trasmette un messaggio preciso: che le polizie italiane sono pronte ad accantonare costituzione e stato di diritto quando le circostanze politiche lo richiedano. Sì, perché un’altra cosa è chiara.
La più grave sospensione dei diritti umani avvenuta in Europa negli ultimi decenni è nel curriculum delle forze dell’ordine
Il movimento di Seattle-Porto Alegre-Genova fu rifiutato e quindi criminalizzato dall’intero sistema politico. Sia le destre, sia il centrosinistra europeo capirono che la vistosa crescita del movimento altermondialista nella società civile, la sua capacità di offrire un punto di vista alternativo sul mondo, minavano alla radice un sistema di poteri ormai consolidato all’ombra dell’ideologia neoliberista. Perciò si decise di screditarlo, calunniarlo e infine colpirlo con un uso sproporzionato e illegale della forza.
Oggi tutti o quasi tutti riconoscono che il movimento a Genova “aveva ragione”, ma pochi sono disposti a trarne le dovute conseguenze. E così mentre il “sistema” cambia e si imbarbarisce fra democrazie in crisi, guerre e genocidi, sulla “lezione” del G8 genovese è in corso un’opera di rimozione; la politica – specie la componente che si dice progressista – preferisce dimenticare e tacere, perché altrimenti dovrebbe fare autocritica sul mancato dialogo con il movimento. Toccherà ai movimenti sociali di oggi trasformare la storia in memoria – già lo stanno facendo – e ricordare sempre, specie nei momenti più bui, che un movimento globale per la giustizia climatica e sociale è esistito e ha spaventato i poteri del suo tempo. Passati 25 anni, il G8 di Genova ci parla ancora.