Roma, 7 agosto 2026 – “Il dibattito nel centrosinistra sulla difesa non è all’altezza delle nostre sfide”. La bocciatura di Piero Fassino – 76 anni, deputato Pd, già segretario dei Ds e più volte ministro – guarda da vicino al pastrocchio di mercoledì alla Camera, quando i riformisti dem, lui compreso, si sono espressi con Iv e +Europa in favore del fondo Safe, in contrasto con la linea del partito e degli alleati del M5s e di Avs.
Onorevole, ma come: una volta tanto che Pd e M5s trovano un accordo votate contro?
“E su cosa lo fondiamo questo accordo? Quella risoluzione unitaria purtroppo era propaganda e poco altro”.
Vi si chiedeva il superamento del riarmo nazionale in funzione di una difesa europea. Non è la vostra posizione?
“Ma come si fa a sostenere una cosa del genere quando la difesa Ue, così come accade per Onu e Nato, non dispone di un proprio esercito ma deve appoggiarsi su truppe, armi e strutture nazionali? Sostenere di voler superare il riarmo nazionale in favore della difesa europea è una contraddizione logica”.
Dicono alla sua sinistra che se si continua a sostenere il riarmo nazionale mai si potrà avviare davvero una difesa comune.
“Non è così. Giusto spingere su investimenti che facciano progredire le strutture di difesa europea, ma è un processo che non si realizza in un giorno. Non si può prescindere oggi da una coesistenza di strutture europee e strutture nazionali. E per far progredire un sistema europeo l’Ue ha istituito il fondo Safe per finanziare programmi comuni di più Paesi. Ma né il governo, né il campo largo lo prendono in considerazione. E nel frattempo chiariamo una cosa…”.
Prego.
“Mentre noi discutiamo, tutte le notti a Kiev e nelle principali città ucraine i bombardamenti causano morti e feriti innocenti”.
Dunque facciamo la guerra?
“Nessuno pensa che l’Ucraina possa vincere la guerra, ma non deve neppure soccombere. E e se non sosteniamo l’Ucraina, e la Russia sfonda, non potrà più esserci nessuna mediazione per una pace equa”.
Non può pensarci l’America?
“Gli Usa, con Trump, hanno detto fin da subito e brutalmente che non sosterranno più la sicurezza europea, fino ad oggi sostenuta per l’80% con fondi americani. Di cosa parliamo, perciò, quando diciamo che non vogliamo spendere soldi per la difesa nazionale in funzione di quella europea?”.
Da qui il suo voto in contrasto con la linea del partito.
“Il mio e quello di colleghi come Guerini, Quartapelle, Merola, Caré. La nostra è una posizione di sostanza. Nessuno vuole mettere in discussione la leadership di Elly Schlein”.
Allora è per mettere i bastoni tra le ruote del campo largo?
“Neppure. Perché è evidente che per vincere alle elezioni dovremo per forza andare uniti . Non solo con M5s, Avs, ma anche con le altre opposizioni”.
Insomma: come se ne esce?
“Discutendo. Al voto di mercoledì siamo arrivati senza uno straccio di discussione…”.
Ma se gli sherpa di Pd, Avs e M5s si sono riuniti per ore!
“Era un ristretto gruppo di persone che non ha coinvolto nessuno. Eppure, per dire, Lorenzo Guerini è il presidente del Copasir e io sono il vicepresidente della Commissione Difesa della Camera. Mi sembra che avremmo potuto dare un contributo. E come noi molti altri”.
C’era da tutelare l’unità del campo largo.
“Che è un bene prezioso. Ma la coalizione non la tieni unita mettendo la testa nella sabbia. La unisci con una discussione che affronti i nodi. E costruendo una linea credibile in cui i cittadini possano riconoscersi”.
Solo che il centrosinistra quando si siede al tavolo non si sa mai quando e come si alzerà. E intanto il tempo stringe, no?
“Si voterà tra un anno: il tempo per costruire il programma c’è tutto, se iniziamo adesso. Ma bisogna mettere da parte pregiudizi e posizioni ‘non negoziabili’, uso le parole di Conte. Altrimenti ogni partito pianterà il proprio chiodo e non andremo da nessuna parte”.
Lei ci scommette? Sull’unità del campo largo, s’intende.
“L’unità è necessaria. Nessuno può permettersi di presentarsi da solo. Ma questo vale per noi come per i nostri alleati. E le aggiungo che una coalizione non è una somma algebrica. I voti si guadagnano e si mantengono quando la proposta che si fa al Paese è credibile”.
E se dopo gli sforzi per costruire un programma il campo largo si infrangesse sulle primarie?
“Le primarie in Italia le abbiamo portate noi, non possiamo averne paura. La differenza è che ai tempi di Prodi e Veltroni servivano per dare un forte mandato popolare a un candidato che già avevamo individuato”.
Si prefigurano invece primarie apertissime…
“Ben vengano, basta che si sia chiari sulle regole d’ingaggio e si dica che chiunque vinca rappresenterà tutti e avrà il sostegno di tutti”.
Lei si fida?
“Per forza. In politica, come nella vita, non si può prescindere dalla fiducia”.