Stazzema, 13 agosto 2026 – “Alle commemorazioni sento sempre tante belle parole. Ma vorrei più fatti”. Adele Pardini, 86 anni, è una dei ’bambini di Sant’Anna’ che in quel 12 agosto 1944 vide la distruzione della propria famiglia e di quel massacro ha fatto progetto di conservazione, macinando ore in scuole e convegni per cristallizzare il valore del dolore. Adele aveva 4 anni quando le truppe tedesche rastrellarono Sant’Anna, uccidendo sua mamma Bruna con in braccio la sorellina Anna di appena 20 giorni, vitima più giovane. Fatalmente, nel cadere, la mamma spinse la porta della stalla che era dietro le spalle, garantendo la sopravvivenza delle altre figlie che ruscirono a fuggire e raggiungere il padre Federico e i fratelli.
È una ferita insostenibile partecipare alla commemorazione?
“Sento belle parole ogni volta. Ma vorrei davvero vedere qualcosa di più. Dopo tantissimi anni solo adesso si concretizza la realizzazione della strada che collegherà Sant’Anna con Farnocchia. L’immobile che fu donato dal superstite Enrico Pieri al Comune per farne polo di memoria, ancora è in degrado e personalmente la nuova Fabbrica dei Diritti lo trovo un edificio che stride architettonicamente con l’ambiente del paese. Però io ho la terza elementare e sicuramente i tecnici laureati ne capiscono più di me”.
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Ha paura che si perda la memoria?
“Calcolando chi quel maledetto giorno aveva pochi mesi di vita, oggi saremo una ventina i superstiti, compresa mia sorella Siria che ha quasi 91 anni. E solo in 4-5 portiamo avanti la nostra testimonianza. Raccontare quei fatti nelle scuole significa ogni volta rinnovare un dolore mai sopito. Eravamo nove fratelli e la nostra famiglia è stata polverizzata in un attimo. Resta quella nostra casa di Coletti che il Comune voleva gestire con una Fondazione, ma che ancora casca tristemente a pezzi”.
Come vorrebbe Sant’Anna?
“Più pulita nei sentieri e nei boschi. Dovrebbe essere sistemato anche proprio quel tracciato da cui passarono i soldati tedeschi”.
La sua immagine più vivida di quel giorno?
“Ricordo i grossi scarponi dei militari e le divise. Era mattina e assieme ad altre trenta persone ero nell’aia a fare colazione. Avevo una grossa tazza tonda in mano e mi fu detto di posarla sulla panca. Poi ci piazzarono in fila in ordine di altezza e partirono i colpi di mitra. Per fuggire fui costretta a passare sul corpo di mia mamma”.
Ci sono cose che non racconta agli studenti?
“Sinceramente si. Mia sorella Cesira mi rivelò dettagli agghiaccianti che erano rimasti impressi nei suoi occhi. Quelli, per rispetto di mia mamma e della nostra intimità familiare, non li ho mai narrati nelle scuole”.
Sento belle parole ogni volta. Ma vorrei davvero vedere qualcosa di più
Sente come un peso la responsabilità di una storia ripetuta ormai tante e tante volte?
“È bellissimo vedere che a Sant’Anna salgono moltissime scolaresche. Ma ormai io sono affaticata. Anche ieri un giornalista mi ha riportato a casa in auto probabilmente confidando in qualche aneddoto, ma ero troppo stanca. E questo un po’ mi dispiace”.
Cosa pensa dei conflitti internazionali attuali?
“La guerra mi fa angoscia. Cosa avranno mai fatto famiglie con bambini per meritare questo? E cosa avevamo fatto noi? Ecco perché quando in tv sento i bollettini delle guerre, cambio canale”.