Blitz jihadista del 7 ottobre, lo storico: “Un premier troppo sicuro. Sottovalutò la minaccia”

Roma, 9 settembre 2026 – Una ricostruzione assolutamente credibile. È questa la sintesi che si può trarre dalle parole di Arturo Marzano, professore di Storia contemporanea all’Università di Roma Tre e autore di Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti (Il Mulino), a proposito dello scoop di Haaretz secondo cui Netanyahu, informato dagli Emirati Arabi Uniti di un possibile attacco di Hamas, pochi giorni prima del 7 ottobre 2023, avrebbe sottovalutato il pericolo.


Professore, la ricostruzione è credibile?

“Direi di sì, ritengo che Netanyahu abbia sottovalutato la segnalazione degli Emirati Arabi Uniti. Un errore di valutazione dovuto alla convinzione che Israele fosse superiore rispetto agli altri, che Hamas non fosse capace di superare la barriera difensiva attorno a Gaza e che la Cisgiordania, considerata la presenza dei coloni e l’assenza di un confine tra questa e Israele, andasse protetta maggiormente. Credo che l’articolo di Haaretz confermi quanto in realtà già si sapeva, ovvero che Netanyahu fosse al corrente di un possibile attacco di Hamas. Trovo più significativo che Sinwar e il governo israeliano abbiano intrattenuto dei rapporti tra il 2017 e il 2023, e che Tel Aviv abbia chiuso la porta ad un possibile accordo che Hamas era disposto a firmare”.

Ci saranno conseguenze alle prossime elezioni?

“Non credo che porterà a particolari conseguenze. Chi crede in Netanyahu continuerà a farlo”.

Iran, Libano, Siria e Cisgiordania: dopo tre anni da quel 7 ottobre la situazione per Israele appare sempre molto complicata.

“Dal 2009 l’azione di Netanyahu si basa solamente sulla forza, senza alcuna strategia diplomatica. Negli ultimi anni Israele ha attaccato vari Paesi arabi, portando avanti una politica unicamente militare. Netanyahu non può permettersi di non fare la guerra perché vuole dimostrare agli israeliani di poter garantire la loro sicurezza dopo il fallimento del 7 ottobre. E questa strategia piace a molti israeliani. Dal punto di vista della sicurezza, Israele ha fatto dei passi avanti, perché è stato spazzato via Bashar al-Assad, il Libano è debolissimo e l’Iran è in forte difficoltà. Il problema però è che la sicurezza di Israele non si può misurare solamente dal punto di vista militare. In termini di relazioni diplomatiche, la situazione è molto peggiorata perché Israele è sempre più isolato”.

La Gran Bretagna ha posto il divieto di importazione di merci prodotte negli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Questo è un problema per Netanyahu?

“Sono anni che l’Unione europea ha messo il blocco all’importazione delle merci provenienti da tutti gli insediamenti, perché illegali, ma Israele aggira il problema facendo arrivare all’interno dei suoi confini i prodotti dei coloni. In questo modo può poi esportarli senza limitazioni. La novità reale sarebbe sanzionare Israele e non solo gli insediamenti, sospendendo ad esempio l’Accordo di associazione”.

Ben Gvir ha ipotizzato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est. Cosa farà Netanyahu?

“Penso che Netanyahu faccia dire ai suoi alleati ciò che lui non può affermare. Una strategia molto comoda perché, da una parte, il Paese risponde agli attacchi esterni e, dall’altra, Netanyahu può sempre lavarsene le mani sostenendo che la replica è arrivata da un suo ministro. È anche vero, però, che Netanyahu è costretto ad accettare le esternazioni di Ben Gvir perché non può fare a meno dei suoi alleati”.