Legge elettorale, stangata sulle liste civetta: da 1.500 a 6mila firme per collegio. L’opposizione: norma liberticida

Roma, 12 settembre 2026 – Il piatto forte dello Stabilicum è servito ma i veleni, come sempre, si nascondono nei dettagli. Quando si scrivono le regole del voto, non sono i grandi principi a fare la differenza, ma i codicilli e le soglie di sbarramento: la vera selezione all’ingresso tra chi può correre ad armi pari e chi è destinato a restare a piedi. Il primo vero imbuto è quello delle firme. L’asticella si è alzata bruscamente perché ieri il Senato ha approvato un emendamento che porta il requisito per le forze non presenti in Parlamento da 1.500 a 6.000 firme per collegio. Solo per Montecitorio per presentarsi in tutti e 49 i collegi (la norma chiede di correre almeno in metà) servono quasi 300mila firme.

Un salasso che, ironia della sorte, è frutto di un compromesso al ribasso, mediato dal presidente Ignazio La Russa con tutti i capigruppo considerando che la proposta iniziale di Fratelli d’Italia viaggiava tra le 9.000 e le 10.000 firme a collegio. Dal centrodestra la misura viene difesa come un indispensabile filtro contro la moltiplicazione delle liste civetta. Ma chi sta fuori dal Palazzo protesta. Alessandro Onorato ci va giù pesante: “È una norma palesemente liberticida, un muro di gomma tirato su dai partiti di governo col solo scopo di blindare il sistema e impedire a qualsiasi voce nuova di misurarsi liberamente nelle urne”. A fargli da sponda, Giuseppe Conte che chiede l’intervento di Mattarella “contro una norma vergognosa”. Si sa: i 5 Stelle tirano la volata al progetto civico dell’assessore romano. Irritatissimi anche i leghisti ribelli del Patto per il Nord di Castelli per i quali si profila una corsa ad ostacoli.

Casini: “Ci penserà la Consulta”

Ma fatta la legge, trovata la scappatoia. Se un partito riesce a formare una componente nel gruppo Misto prima dell’indizione delle elezioni, le firme necessarie si dimezzano. Ecco allora spuntare il soccorso del Movimento 5 Stelle, pronto a prestare tre parlamentari a Onorato per evitargli l’incubo dei gazebo. Al di là dei trucchi, è l’impianto che scricchiola: Pier Ferdinando Casini l’ha detto in Aula: “Ci penserà la Consulta”. Ipotesi confermata dai dubbi del costituzionalista Stefano Ceccanti: “Il divario tra chi non deve raccogliere nessuna firma e chi ne deve trovare 300mila è irragionevole”.

Dietro l’ansia per i banchetti si nasconde però anche l’ombra del calendario. A gettare benzina sul fuoco è stato lo stesso Ignazio La Russa. Prima in aula: “Ricordo che in caso di voto anticipato, il numero delle firme d raccogliere viene dimezzato”. Poi in un’intervista pubblica ha ha sganciato una frase chirurgica: “Un voto a settembre sarebbe anomalo, non escludo urne anticipate”. Una riflessione che per Dario Franceschini (Pd) tradisce la fretta dell’esecutivo: andare a votare prima che un eventuale pronunciamento della Consulta smonti i punti controversi della legge. Un’ipotesi di accelerazione che però fa rizzare i capelli a Lega e Forza Italia, determinate ad arrivare alla naturale fine della legislatura. Di qui il dubbio che si tratti di un segnale: attenzione, che se la legge viene affossata, si torna alle urne. Con il Rosatellum.

Ok alla norma anti-cespugli

Messo al sicuro dal centrodestra anche il meccanismo della norma anti-cespugli con un sofferto emendamento – le liste sotto il 3% non prendono seggi ma “donano” i loro consensi al totale dell’alleanza per non disperderli – la vera guerra di religione si gioca sulle preferenze. Giorgia Meloni le rivendica come un trionfo democratico: “Gli italiani avranno la possibilità di scegliere la coalizione, il premier, il programma e il parlamentare”. Narrazione che Federico Fornaro, calcolatrice e alla mano e dati del 2022 in vista, smonta così: “A causa del paracadute dei capilista bloccati, solo il 19,6% dei deputati e il 18,9% dei senatori verrebbe davvero eletto con le preferenze”. Numeri respinti al mittente da La Russa, che stima invece per il suo partito una quota di eletti a suon di voti nominali tra il 60 e il 65%.

La prova del nove si sposta ora alla Camera. A luglio Montecitorio si era già incartata proprio sulle preferenze e sul nodo irrisolto della parità di genere. Ora, nel passaggio finale a scrutinio segreto e senza più reti di protezione, il finale sembra già scritto: l’ipotesi di blindare il provvedimento con la fiducia resta l’opzione più sicura per evitare scherzi. Perché le regole del gioco, alla fine, si scrivono in fretta.