Allarmismo sull’onda nera della destra in Europa. Ma ogni nazione fa storia a sé

Roma, 12 settembre 2026 – Da oltre un ventennio, dal caso di Jörg Haider in Austria nel 1999, a ogni avanzata dei partiti cresciuti alla destra dei liberal-conservatori tradizionali – cioè, in Europa, a destra del Ppe – si leva lo stesso grido: l’onda nera, il ritorno degli anni Trenta. È accaduto anche nel 2022 con Giorgia Meloni. Alla vigilia del voto lo Stern la incoronava “la donna più pericolosa d’Europa”; a elezioni avvenute, la CBS titolava “l’Italia elegge il governo più di destra dalla Seconda guerra mondiale”, evocando “timori di un ritorno al fascismo”. Quell’allarme si è rivelato infondato. In occasione del record di durata del governo, la settimana scorsa, le critiche più diffuse hanno riguardato l’immobilismo, non la svolta autoritaria. Non vuol dire che le cose andranno così anche in Germania con AfD o in Francia con Le Pen. Basta però a segnalare che le analisi guidate dalla sindrome “al lupo, al lupo” sono potenzialmente fuorvianti.

Quasi tutti i partiti cresciuti a destra del Ppe hanno intercettato domande di protezione da cambiamenti percepiti come minacce: l’immigrazione, la competizione economica internazionale, la diffusione di valori ambientalisti e libertari in cui molti elettori non si riconoscono. Le retoriche dei loro leader sono intessute di affermazioni assonanti contro le élite, gli immigrati e le minoranze. Ma non sono affatto un blocco uniforme. La diversità delle traiettorie dipende da vari fattori, tra cui la struttura della competizione in cui operano a livello nazionale.

Le differenze tra le destre europee

I polacchi di Diritto e Giustizia operano in un mondo post-comunista in cui la sinistra è scomparsa. Possono parlare a un elettorato largo e ben radicato, non solo nelle aree rurali: tanto che in Polonia l’alternativa è tra liberal-conservatori e iper-conservatori nazionalisti, con nessuno dei due fronti contrario all’Ue o permeabile alla propaganda russa. Orbán in Ungheria, il lupo più minaccioso, ha vinto in condizioni simili, ha poi anche flirtato con Putin; sembrava stesse creando un sistema illiberale inscalfibile, invece è stato pesantemente battuto e ha lasciato il potere senza colpo ferire. Il Rn, in Francia, si è posto come un’alternativa radicale alla destra mainstream dei post-gaullisti, fino a quando non è diventata realistica la prospettiva di sostituirli e si è quindi dato una veste più presentabile.

Vox, in Spagna, si è ritagliato uno spazio per condizionare il Partido Popular, alternando fasi di maggiore radicalismo a momenti di maggiore moderazione, salvo rialzare i toni dopo che l’ipotesi di andare al governo è sfumata e di fronte alla sfida di Se Acabó La Fiesta (perché c’è sempre dietro l’angolo un competitore più radicale). In Italia, data la dinamica bipolare, Meloni non poteva che crescere “dentro” la coalizione di centrodestra, dimostrandosi più adatta di Salvini a guidarla; inoltre, la maturazione seguita alla svolta finiana aveva già sedimentato nei dirigenti di FdI un’adesione ai valori costituzionali superiore a quanto i critici ammettono. Non a caso, anche qui, puntuale, è spuntato il competitore più radicale.

L’AfD, infine, è esclusa da sempre da qualsiasi alleanza. Il proporzionale tedesco ha portato stabilmente in parlamento partiti estremisti di sinistra e di destra, costringendo Spd e Cdu-Csu a coalizioni problematiche. Il “muro tagliafuoco” di sbarramento si è rivelato un’arma a doppio taglio. Gli estremisti di AfD hanno finito per prosperare mentre i partiti mainstream si logorano in coalizioni senza alternativa.

Chi grida sempre al lupo presume un copione ideologico unico che marcia compatto sull’Europa. Le diverse traiettorie dicono un’altra cosa. Dove le istituzioni sono solide e offrono loro una prospettiva di governo, i leader della destra tendono a moderare le loro posizioni; dove la precludono, si radicalizzano; dove sfondano elettoralmente senza trovare consuetudini e contropoteri capaci di creare adeguati argini, possono esondare.