Roma, 9 ottobre 2026 – “Se primarie devono essere, innanzitutto dobbiamo concentrarci sul programma”. Parola del leader 5 stelle Giuseppe Conte, che esorta gli alleati di ritrovarsi “un attimo dopo” l’assemblea nazionale del Pd del prossimo 18 ottobre per cominciare a definire il programma comune e poi incamminarsi in fretta verso il voto sulla premiership per cui “non possiamo aspettare la Corte costituzionale”, che si dovrebbe esprimere per fine gennaio sulla legge elettorale.
Anche se il Nazareno non sembra intenzionato a recedere dal cronoprogramma che prevede le primarie a febbraio, all’indomani della sentenza della Consulta che si spera abbastanza invano le infici, e i tempi lunghi di una duplice campagna elettorale: prima per dividersi tra Schlein e Conte e poi per provare a portare chi vince alla vittoria contro Meloni.
Gli scenari
Gli scenari che si profilano da parte della Consulta sono tre: una sentenza auto-applicativa con cui la Corte interviene direttamente sul testo producendo effetto immediato, la bocciatura in toto o delle osservazioni che consentano al governo di intervenire con un decreto correttivo. Di certo la Consulta si affretterà per arrivare a una decisione prima dell’avvio della campagna elettorale, si presume e spera entro fine gennaio o più probabilmente inizio febbraio.
Pronti i ricorsi
Molto dipende dalle procedure connesse alla presentazione dei ricorsi di costituzionalisti e opposizioni, tutti già pronti, presso i tribunali civili e quando questi trasmetteranno gli atti. Al centro dell’attenzione ci sono soprattutto il numero di firme da raccogliere (6mila per circoscrizione) per le forze fuori dal Parlamento – che però potrebbe anche essere ridotto in un prossimo decreto – e il nodo del premio di maggioranza soprattutto in relazione al Senato, che costituzionalmente si elegge su base regionale anche se la Corte aveva già auspicano una omologazione dei sistemi. Niente da fare, probabilmente, sull’indicazione del premier contro cui invece spasima il centrosinistra.
Cosa succederà nel campo largo
Il via libera alla riforma impone dunque un’accelerazione ai tempi biblici imposti al centrosinistra dall’andamento lento e meditativo soprattutto del Nazareno e la sua leader Elly Schlein, che anche ieri non ha voluto come d’uso fare chiose a botte calda oltre l’intervento parlamentare. Specie nel caso in cui il voto politico venisse anticipato a maggio, come avvalorato anche ieri da esponenti della maggioranza, si impone infatti l’esigenza di accelerare l’agenda di lavoro.
Un percorso che appare già più accidentato del necessario e non è detto non riservi sorprese, dato che gli alleati non hanno ancora condiviso né il programma né il modo di fare le primarie: due questioni nient’affatto peregrine, rispetto cui continua ad aleggiare anche il sospetto che Conte e i 5 stelle possano anche rompere nel momento in cui vedessero profilarsi la malaparata della sconfitta alle primarie e alle politiche.
Tanto è vero che tra i soci minori del centrosinistra serpeggia qualche preoccupazione che a un certo punto il meccanismo possa deflagrare. L’altro ieri i leader di Avs Bonelli e Fratoianni ne hanno sicuramente parlato durante l’incontro con Conte.
Le candidature
“Impossible is nothing”. Ma margini per candidature terze ormai non ce ne sono più. L’ex premier non perde occasione per rinfacciarlo alla segretaria dem, come ha fatto anche ieri in tv, ricordando che nel recente incontro “riservato” e poi reso pubblico con Schlein “non è stata accolta questa mia disponibilità a fare tutti i leader di partito un passo indietro” e ribadendo di non aver fatto nomi di candidati come il sindaco di Roma Roberto Gualtieri o l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, che invece piaceva agli ambienti ulivisti, gli industriali e i cattolici di sant’Egidio. “Boutade”, ha commentato ieri l’ex numero uno delle Fiamme oro, recentemente e rumorosamente sceso in campo col movimento Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, che dichiara la propria preferenza per la segretaria dem, ma esecrando la diatriba sulla premiership.