Roma, 9 ottobre 2026 – “Senza integrazione rischiamo di non difendere neppure l’interesse nazionale: la sovranità diventa un vuoto simulacro, la democrazia una democrazia dell’impotenza” – avverte Giovanni Pitruzzella, giudice della Corte costituzionale, già presidente dell’Antitrust e avvocato generale alla Corte di giustizia dell’Unione europea, autore di ‘L’Europa in trasformazione. Tra geopolitica e democrazia’, uscito in questi giorni per Mondadori – “Di fronte ai giganti globali, dagli Stati Uniti alla Cina alle grandi compagnie tecnologiche, gli Stati europei da soli non hanno la dimensione necessaria per affrontare le sfide decisive”.
Trump ha svegliato l’Europa?
“Non è un incidente della storia: porta a compimento tendenze di lungo periodo. L’ordine fondato sull’egemonia americana, sul multilateralismo e sul primato del diritto è venuto meno. Per le nostre democrazie la risposta è una maggiore integrazione nella difesa, nella competitività, nella protezione dalle pressioni delle grandi potenze. Si guarda sempre al bicchiere mezzo vuoto. L’Europa sta già cambiando. In Ucraina ha assunto un ruolo geopolitico, con il sostegno alla difesa e le sanzioni economiche. Protegge il proprio mercato dagli eccessi delle politiche mercantilistiche cinesi. Di fronte alla frammentazione dell’economia mondiale, costruisce nuovi spazi economici e giuridici: pensiamo agli accordi con i Paesi dell’America del Sud e con l’Australia. Non è più soltanto una macchina che produce norme e sentenze”.
Si può avanzare senza cambiare i Trattati?
“È quello che sta accadendo. Le cooperazioni rafforzate consentono ai Paesi disponibili di procedere senza aspettare tutti gli altri. È accaduto con il prestito all’Ucraina. Uno strumento prima utilizzato in campi limitati, come il brevetto europeo, permette così di superare i veti e andare avanti. Le possibilità riguardano la difesa, dagli acquisti congiunti all’interoperabilità degli armamenti, ma anche il fisco e l’unione dei mercati dei capitali. La competitività richiede risorse. Se alcuni Stati non vogliono procedere, gli altri possono farlo. Aspettando una revisione dei Trattati approvata all’unanimità, rischiamo di perdere nel frattempo le sfide esistenziali che abbiamo davanti”.
Il riarmo può costarci il welfare?
“È un rischio da evitare. Pace, libertà e benessere sono le finalità ultime dell’integrazione. Se non ci occupiamo di chi è rimasto indietro, le nostre società possono sgretolarsi. L’indebolimento della protezione americana e il ritorno della guerra impongono investimenti nella sicurezza, ma i bilanci nazionali hanno limiti: non possiamo sacrificare i diritti sociali. La strada è superare la frammentazione. Oggi abbiamo tanti mercati nazionali della difesa nei quali le imprese possono mantenere prezzi elevati. Un mercato europeo, con più concorrenza ed economie di scala, renderebbe la spesa più efficiente. Come il coordinamento tra eserciti e l’interoperabilità dei mezzi: dobbiamo difenderci senza smantellare il welfare”.
E dove si trovano le risorse per crescere?
“La ricchezza va prodotta. Senza crescita mancano i mezzi per sostenere le famiglie, i più deboli, affrontare il problema della casa. Occorre un vero mercato unico, senza barriere nazionali che funzionano come dazi interni e impediscono alle imprese di aumentare la propria dimensione. Torna anche la politica industriale: dai chip alle gigafactory, servono progetti che mettano insieme capitali pubblici e privati. L’Europa riscopre così una dimensione politica anche al proprio interno, oltre che all’esterno”.
Sull’intelligenza artificiale servono meno regole?
“Servono regole chiare. Lo Stato di diritto tutela le libertà e garantisce alle imprese condizioni di concorrenza eque: sapere che cosa si può fare aiuta a crescere. L’eccesso di norme, invece, finisce per tradirne l’essenza, rendendo il diritto inconoscibile. Dobbiamo lasciare spazio agli innovatori e utilizzare le possibilità di sperimentazione previste dal regolamento sull’intelligenza artificiale. In ambiti controllati, autorità e imprese possono lavorare insieme, alleggerendo temporaneamente il peso regolatorio. Quando l’innovazione si sarà consolidata, valuteremo se occorrano ulteriori regole”.
Più Europa significa meno democrazia nazionale?
“L’integrazione serve dove gli Stati sono troppo piccoli per essere efficaci. Altrove bisogna lasciare spazio alle democrazie nazionali, perché i partiti, i giornali e il dibattito pubblico restano prevalentemente nazionali. Prendere sul serio la sussidiarietà significa questo. E occorre rafforzare i collegamenti tra Bruxelles e le capitali: il Pnrr, elaborato attraverso il confronto tra governi, amministrazioni nazionali e Commissione, indica un metodo. Mettere in comune le competenze non basta: bisogna costruire anche la legittimazione democratica”.