Due Papi a confronto: Bergoglio si curava da sé, Leone si fida della scienza

Città Del Vaticano, 15 ottobre 2026 – Dal ‘Paziente inglese’ al paziente americano il passo è breve, dalla celluloide alla realtà del Gemelli ancora meno. Papa Leone XIV si affida ai medici curanti nelle vesti di degente al decimo piano del policlinico romano, là dove il suo predecessore, il più verace Bergoglio, si recava con fare riluttante, per usare un eufemismo. A riguardo l’aneddotica su Francesco è ricca di riferimenti relativi a una certa sua idiosincrasia nei confronti della scienza medica. Alla fine del pontificato si racconta che i più stretti collaboratori dovettero alzare la voce per convincerlo a recarsi in ospedale nel tentativo di curare la polmonite bilaterale che ne ha poi compromesso il fisico in modo irreparabile.

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Sarebbe stata l’ultima volta di Bergoglio alle pendici di Monte Mario, anche perché, pur conscio della gravità della situazione clinica, il Pontefice argentino diede disposizione di voler far ritorno definitivo in Vaticano. Anche a costo di avere la bombola d’ossigeno sempre a portata di mano, preferiva morire a Santa Marta che al Gemelli. I suoi ultimi giorni di vita sono stati un tormento: c’è ancora chi ricorda il volume altissimo della musica classica accesa nel suo appartamento per coprire il rumore dei macchinari che l’aiutavano a respirare.

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Questione di temperamento e, chissà, forse anche di studi, fra i due Pontefici del Nord e Sud America. Laurea in Matematica per Prevost, misurato e previdente, diploma da perito chimico per Bergoglio, che, scherza un cardinale a lui molto vicino, “conosceva fin troppo bene gli effetti collaterali dei principi attivi dei farmaci”. Di conseguenza si curava da solo, con tutto quello che ne consegue. Dal canto suo Leone XIV mostra fiducia nella scienza medica.

Anche il fatto di aver comunicato ai fedeli all’Angelus, personalmente e in maniera così precisa, il suo problema di salute e la conseguente necessità di operarsi in tempi stretti, va letto come la dimostrazione del credito riconosciuto da Prevost all’equipe sanitaria che si sta prendendo cura di lui. Ancor più, considerando che, come svelato in queste ore da ambienti vaticani, il Papa sapeva già da qualche giorno che quella al polmone era una lesione tumorale, maligna. L’operazione e la successiva biopsia hanno solo confermato le prime indicazioni. Nessuna sorpresa.

In questo suo pacifico rapporto con la medicina, Leone XIV, agostiniano di ferro, dimostra di aver fatto propria la lezione del vescovo d’Ippona. Agostino non metteva in contrapposizione scienza e fede, se ne guardava bene. Piuttosto le integrava. Crede ut intelligas (“Credi per comprendere”), ma anche Intellige ut credas (“Comprendi per credere”). Ed era convinto che pregare non significasse rinunciare alle cure. Non a caso, è stato un momento di preghiera, l’Angelus, quello scelto da Leone XIV per condividere con il mondo intero la sua intenzione di affidarsi alle cure dei medici. Da vero, sereno agostiniano.