Anatomia della rabbia francese: tra rincari insostenibili, “Macron come Luigi XIV” e clima da fine regno

Parigi, 17 ottobre 2026 – Jérôme Fourquet è direttore del dipartimento Opinioni dell’Istituto di sondaggi francese Ifop e autore del libro “Homo occidentalis” (Seuil, 2026).

Oggi in Francia una grande manifestazione studentesca e un ritorno dei Gilet gialli. Cosa ci si aspetta?

“Non sappiamo quale sarà la portata della mobilitazione. Le stime del governo parlano di decine di migliaia di partecipanti”.


Perché i Gilet gialli si uniscono alle proteste?

“La rabbia degli studenti non si è placata e c’è una forte esasperazione per il prezzo dei carburanti e dell’energia. All’inizio della crisi dei Gilet gialli, il gasolio costava 1,45 euro al litro in Francia. Oggi costa quasi un euro in più. Per molti francesi arrivare a fine mese è difficile: c’è molta rabbia, ma anche rassegnazione”.

Perché il clima francese è così pesante?

“I francesi sono preoccupati per il futuro del loro Paese. Vedono che stiamo perdendo terreno in molti ambiti. C’è poi un clima da fine regno che aleggia e la sensazione di uno smarrimento ai vertici dello Stato. Si parla della “Francia di Macron”: è un po’ come dire, nei libri di storia, “nella Francia di Luigi XIV”, per descrivere un’epoca. I ragazzi di 15 anni hanno conosciuto praticamente solo Macron”.

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Come viene percepito questo movimento?

“È un movimento studentesco, che coinvolge soprattutto questa fascia d’età. Ho visto un sondaggio, non il nostro, secondo cui il 54% degli intervistati sostiene il movimento. Certo, una parte dell’opinione pubblica si rifiuta di sostenerlo a causa delle scene di violenza”. 

Come incidono queste proteste sulle presidenziali francesi?

“Sono stati i giovani a mobilitarsi spontaneamente. Ma si finisce per trattare i giovani come oggetti, anziché come soggetti politici, senza ascoltare davvero le loro rivendicazioni. Non è stata La France insoumise a innescare le proteste ma, dato che il partito è molto presente tra i giovani, Jean-Luc Mélenchon vuole sfruttare questa mobilitazione per politicizzarli. Esiste una vecchia espressione, quella del “partito dell’ordine”, usata per indicare chi si oppone ai movimenti: oggi è il Rassemblement national a rivendicare questo ruolo. La France insoumise è presente a tutte le manifestazioni, si fa fotografare e viene acclamata dai giovani. Da un lato il partito della piazza, dall’altro quello dell’ordine. Il blocco centrale invece si ritrova sul banco degli imputati”.

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TOPSHOT – A protester waving a French national flag walks past a fire during clashes prior to the start of a demonstration to protest against the “high cost of living”, in Marseille, southern France, on October 17, 2026 as part of a nationwide call for mobilisation bringing together various groups expressing their anger: former “Yellow Vests”, secondary school and university students, climate activists and even farmers. After weeks of student protests, France faces broader, nationwide demonstrations on October 17, 2026 over the cost of living, setting up a potentially fraught six months heading into a presidential election. A police source told AFP that authorities estimated nearly 200,000 people could take part, with 40,000 in Paris. (Photo by Thibaud MORITZ / AFP)

Le proteste francesi hanno fatto il giro del mondo. Perché l’esempio francese funziona così bene?

“L’Italia esporta molte cose, ma noi francesi siamo particolarmente bravi a esportare movimenti sociali e rivoluzioni. Battute a parte, si guarda sempre a ciò che accade in Francia da questo punto di vista. C’è stato il Sessantotto, ma anche il maggio 1936, i Gilet gialli, i riferimenti culturali come Les Misérables. Oggi colpisce la viralità di immagini e slogan sui social network. C’è una componente legata alla tradizione storica francese, ma anche il ruolo dei social. La visita di Greta Thunberg a Saint-Denis ne è la prova. Vediamo proteste anche in India, in Belgio. Bisognerà capire se il movimento prenderà piede anche in Italia”.

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Siamo all’alba di un nuovo Sessantotto mondiale?

“Non siamo ancora di fronte a un movimento potente come quello del 1968, ma il paragone è interessante. Nel Sessantotto, l’Occidente viveva una fase di crescita economica e c’era una forte sensibilità contro l’imperialismo americano. Erano anche anni in cui i giovani erano molto numerosi in tutti questi Paesi. Oggi ritroviamo alcune analogie, ma in uno scenario rovesciato rispetto al 1968. I giovani sono diventati una minoranza in società sempre più anziane”. 

Le nostre società hanno un problema con i giovani?

“Sì, la questione riguarda il peso dei giovani nelle società occidentali: non sono una priorità. I  giovani si sentono sommersi dal debito per pagare le pensioni, dal “debito climatico”. In fondo, il mondo continua a ruotare attorno alle esigenze dei baby boomer. Si sentono ostaggi di una promessa tradita”.