Olio esausto dalla Cina: il greenwashing dei biocarburanti

Sono 90.000 le tonnellate importate in Italia classificate come “oli esausti da cucina”. In realtà si tratta di oli di palma o di soia grezza frutto di deforestazione. Per l’Europa intera è un commercio “sporco” che conviene

Finte rinnovabili nei biocarburanti, se ne scopre una nuova. Si tratta di oli vegetali, classificati come UCO, oli usati per fritture o cucina, ma che a quanto pare non hanno mai visto friggere nulla, ma sono finiti nel biodiesel sussidiati e pagati come rifiuto, quindi il doppio. Si tratta di circa 100.000 tonnellate su un totale di 1.400.000 tonnellate di biodiesel bruciato nelle auto diesel nel corso del 2019. Secondo il Gestore Servizi Energetici (che sovraintende per legge il mercato dell’energia), almeno 90.000 tonnellate di UCO sono state importate dalla Cina, trattate in raffinerie spagnole e infine distribuite nelle normali pompe carburante italiane.

Perché si tratta di un inganno e di un danno ambientale? Perché è olio di palma o di soia grezzo, probabilmente di qualità scadente, coltivato in piantagioni non certificate e frutto di deforestazione, ma – proprio perché sporcato un po’ per classificarlo come rifiuto – considerato “doppia contabilità”, cioè incentivato il doppio, nel gasolio da autotrazione.

 

 

I guadagni del finto biodiesel

Se un litro di biodiesel “vale” alla pompa circa 0,8 euro (al netto delle tasse), l’olio da rifiuto vale quindi 1,8 euro. Il triplo del costo industriale del gasolio, un “inganno”, nel solo 2019, che vale oltre 150 milioni di euro, pagati alla pompa di carburante dagli automobilisti.

La denuncia pubblica di Legambiente, contenuta nell’ebook “Scegli l’olio giusto” appena edito dalla testata “La nuova ecologia” e in vendita in tutti gli on line, è stata rilanciata dall’onorevole Rossella Muroni in una interrogazione parlamentare al Ministro Roberto Cingolani, che chiede al governo di “impedire l’importazione falsi rifiuti da cucina (UCO), … anche con lo scopo di salvaguarda i consorzi di raccolta, gli operatori onesti dell’economia circolare, delle bioenergie e dei carburanti”.

Una buona pratica: il consorzio Renoils

Tra gli operatori coinvolti scende in campo il presidente Reno Fano del Consorzio di raccolta degli oli esausti RenOils che, conferma nella video dichiarazione che ci ha rilasciato la nostra denuncia e rilancia la richiesta di intervento del governo per mettere fine all’ennesimo inganno sui biocarburanti.

Ma che cosa sta succedendo esattamente? Mentre l’olio vegetale avanzato nelle cucine viene riciclato nelle nostre città, grazie alla raccolta differenziata, grazie agli sforzi di cittadini, amministrazioni, società di raccolta e, infine dei due consorzi italiani, Conoe e RenOils, che pagano l’olio da riciclare per rivenderlo, dopo averlo separato dalle impurità, a bioraffinerie (soprattutto Eni), ed altri utilizzatori (combustione, metanolo o glicerina per prodotti diversi). Entrambi i consorzi dichiarano di raccogliere poco più di 80mila tonnellate di olio esausto. Quindi, gli altri 100 e più mila all’anno di importazione soprattutto extraeuropea cosa sono?

Indagine della Corte dei Conti Ue

Abbiamo così scoperto negli atti parlamentari e delle istituzioni europee la Relazione Speciale della Corte dei Conti Ue depositata il 9 aprile 2019 alla Camera dei deputati nell’ambito di un’indagine conoscitiva che afferma: “La possibilità del conteggio per un valore doppio dei biocarburanti prodotti da rifiuti e residui ha condotto a una situazione in cui il biodiesel prodotto da Uco è spesso commercializzato a un prezzo più elevato del biodiesel prodotto con olio vegetale. Vi era pertanto il rischio che l’olio venisse adulterato per essere venduto come olio da cucina esausto”. Ma purtroppo né le istituzioni comunitari, né quelle nazionali ancora hanno provveduto a impedire l’adulterazione denunciata.

La denuncia di Transport&Environment

Conviene quindi a società di traders disoneste, acquistare sul mercato internazionale normale olio di palma grezzo (prezzo internazionale all’ingrosso per olio non certificato di bassa qualità decisamente inferiore all’euro al litro), “adulterarlo” lungo il viaggio in navi cisterna o all’arrivo nei depositi, e venderlo in Europa ad un prezzo maggiorato come rifiuto

Oggi è stato pubblicato da Transport&Environment il report europeo “Used Cooking oil demand likely to double, and EU can’t fully ensure sustainability” in cui si denuncia importazioni extracomunitarie per 1,5 milioni di tonnellate di UCO che finiscono nei biocarburanti. L’Italia è dunque solo una parte del problema, che va affrontato al più presto anche a Bruxelles.

Conviene quindi a società di traders disoneste, acquistare sul mercato internazionale normale olio di palma grezzo (prezzo internazionale all’ingrosso per olio non certificato di bassa qualità decisamente inferiore all’euro al litro), “adulterarlo” lungo il viaggio in navi cisterna o all’arrivo nei depositi, e venderlo in Europa ad un prezzo maggiorato come rifiuto: la bioraffineria spagnola può tranquillamente può quindi proporlo come biodiesel, pronto per la miscelazione al gasolio da autotrazione nel mercato europeo. Il valore del biodiesel è stabilito da un mercato industriale governato da norma europee e da leggi nazionali: ogni distributore di carburante è tenuto ad aggiungere al gasolio fossile una certa quota di energie “bio” ottenendo “titoli” di mercato rinnovabili (così detti “Certificati Immissione al Consumo, CIC). I certificati hanno valore doppio (“doppia contabilità”) quando provenienti da rifiuti, come il caso degli UCO (oli di cucina).

Chi paga alla fine il valore dei CIC scambiati sul mercato tra rivenditori di petrolio? Ovvio, il consumatore finale. Sempre secondo Il GSE, nel 2018, il valore di mercato dei CIC in Italia è stato di 900 milioni di euro, che si è tradotto in sovrapprezzo pagato dagli automobilisti italiani alla pompa pari all’1% circa del costo del carburante (benzina o diesel), che viene convinto di acquistare rinnovabile e “green”. Ma di “green” c’è solo greenwashing. Nella realtà solo deforestazione, distruzione biodiversità, aumento delle emissioni di CO2, sfruttamento contadino e della popolazione indigena scacciata dalle loro terre e foreste.

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