Ieri le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che Tajani ha coordinato l’ufficio di segreteria di Forza Italia via webinar, che in sé non è una notizia, se non per le caratteristiche numeriche debordanti dell’organismo: 35 persone tra coordinatori regionali, capi di dipartimenti, persino Gasparri. Sui social è disponibile la fotona del collegamento zoom, c’è da sperare che il Berlusca non l’abbia vista dalla sua camera d’ospedale: quasi tutti maschi, oltre la mezz’età, l’immagine di un partito depresso e invecchiato.
E a far notizia sono le foto mancanti: quelle dei tre ministri Brunetta, Carfagna e Gelmini, sempre più distanti dal loro partito, e sempre più circondati dall’alone di sospetto che già avvolse i ministri di Letta nella precedente esperienza di governo di Forza Italia col Pd.
Anche stavolta si prepara lo showdown, la vendetta del partito sui tre che sono riusciti a infilarsi nel governissimo di Mario Draghi. La strategia la spiega un coordinatore regionale sotto giuramento di anonimato: “a un certo punto la Lega si sfilerà, puntando tutto su elezioni a primavera, e noi le daremo man forte: i ministri si dimetteranno? Difficile. È più facile che spaccheranno i gruppi, portandosi dietro un po’ di deputati e senatori a sostenere il governo per un altro anno, e liberando così posti nelle liste di Forza Italia”.
L’obiettivo dei forzisti è una scissione che dimezzi i gruppi, e consenta loro una più agevole trattativa con Salvini e Meloni sui collegi uninominali.
Già, i collegi uninominali, perché nella lista proporzionale non vuole andarci nessuno. Nei sondaggi FI avrebbe anche il 6%, ma nessuno ci crede. Nel Nord alle regionali ha preso meno, esiste ormai solo in qualche regione del Sud. La regione più forzista è la Sicilia, dove domina però uno come Micciché, critico verso la gestione di Tajani e pronto a scelte autonome.
E i ministri stanno a guardare? No, tutt’altro. Ma giocano ognuno per conto proprio. La Gelmini spera di prendersi il partito dopo la prevista débâcle delle amministrative di settembre. Berlusconi glielo avrebbe promesso. La Carfagna ha un patto segreto (manco tanto) con Giovanni Toti, benedetto da Salvini: faranno un partito di centro che tratterà per conto proprio alle elezioni politiche. Brunetta ha le idee più chiare di tutte: rispolvera l’antica tessera socialista e – via Draghi – prenota direttamente una candidatura nel Pd. In fondo è più a sinistra di Enrico Letta.
È triste il finale di quella che fu l’invincibile armata azzurra, ma a quanto pare – in ordine sparso – c’è salvezza per tutti.
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