Nel 2011 ben 27 milioni di italiani si espressero per l’acqua bene comune, ma c’è ancora tanto da fare per garantire un servizio equo, efficiente e sostenibile. Serve un sistema integrato nella gestione delle risorse idriche. E il triplo degli investimenti rispetto a quelli previsti dal Pnrr L’appuntamento in piazza
A dieci anni dal referendum del 12 e 13 giugno 2011, quando 27 milioni di italiani si espressero con due “sì” per l’acqua bene comune, Legambiente vede alcuni elementi positivi grazie all’entrata in vigore, lo scorso gennaio, della direttiva europea sulle risorse idriche destinate al consumo umano, che gli Stati membri devono recepire entro il 2023. La direttiva nasce dall’iniziativa “Right2water”: con 1,8 milioni di firme, i cittadini hanno chiesto acqua potabile e sicura per tutti. E che l’approvvigionamento e la gestione delle risorse idriche non fossero soggetti alle logiche di mercato. È stata la prima “iniziativa dei cittadini europei” a diventare legge. «L’obiettivo è la buona gestione, a partire dalla tutela delle falde, fino alla depurazione e al riutilizzo, con la garanzia di accesso all’acqua per tutti – afferma Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – Per noi è da questi presupposti che bisogna ripartire per un modello di gestione equo e sostenibile».
Diversa è l’opinione del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, per cui la strada intrapresa annulla l’esito referendario per andare verso la privatizzazione e la mercificazione. «Non solo nel nostro Paese, ma anche a livello internazionale la tendenza è la stessa ed è preoccupante per il potere che stanno assumendo le multinazionali e le grandi aziende nella gestione di un bene comune, riconosciuto dall’Onu come diritto umano universale e fondamentale», sostiene il portavoce del Forum, Paolo Carsetti. Tra i segnali di allarme c’è la quotazione in borsa dell’acqua, avvenuta lo scorso dicembre in California: un fatto grave, su cui si è espresso anche il relatore speciale dell’Onu sul diritto all’acqua, Pedro Arrojo-Agudo.
Un cambio di passo
Che nel nostro Paese sia necessario intervenire sul sistema di gestione delle acque, lo dicono i dati. L’Italia è al primo posto in Europa per quota di prelievo: oltre 9 miliardi di metri cubi all’anno. L’85% deriva dalle falde, il 15% dai fiumi: di qui l’importanza di proteggere le acque sotterranee e superficiali dall’eccessivo sfruttamento e dall’inquinamento che ne limita la disponibilità
L’Italia, nel Piano nazionale ripresa e resilienza (Pnrr), prevede una riforma del sistema idrico integrato verso un modello industriale. «È un cambio di passo necessario – riprende Andrea Minutolo – che significa maggiore efficienza e non vuol dire profitto per pochi, perché gli utili devono essere reinvestiti nel miglioramento della rete e dei servizi. Inoltre, quando possibile, deve essere privilegiata la gestione pubblica. La riforma, allocando specifiche risorse – continua – deve già includere il modello che deriverà dal recepimento della nuova direttiva». Che nel nostro Paese sia necessario intervenire sul sistema di gestione delle acque, lo dicono i dati. L’Italia è al primo posto in Europa per quota di prelievo: oltre 9 miliardi di metri cubi all’anno. L’85% deriva dalle falde, il 15% dai fiumi: di qui l’importanza di proteggere le acque sotterranee e superficiali dall’eccessivo sfruttamento e dall’inquinamento che ne limita la disponibilità. Lo sanno bene in Veneto, dove una falda che serve più di trecentomila persone, nelle province di Vicenza, Verona e Padova, è stata gravemente contaminata da sostanze perfluoroalchiliche, Pfas, la cui assunzione può portare a gravi conseguenze sulla salute. La nuova direttiva, oltre a introdurre limiti più stringenti per alcuni contaminanti già monitorati dagli Stati membri, ha inserito nuove sostanze da controllare, come i Pfas appunto, e redatto una lista di inquinanti da tenere sotto osservazione, come le microplastiche, proprio allo scopo di evitare o contenere future contaminazioni.
Risalire la corrente
Nel dossier “Acque in rete” (scaricabile dal sito dell’associazione) Legambiente formula alcune proposte per garantire un servizio equo, efficiente e sostenibile. Tra queste, la ratifica del protocollo “Acqua e salute” dell’Oms-Unece, la commissione economica per l’Europa dell’Onu, già adottato da altri Stati Ue, e l’approvazione dei piani di sicurezza dell’acqua su tutto il territorio nazionale, verificando che questi siano recepiti da grandi e piccoli gestori. «In sintesi – riprende Andrea Minutolo – si tratta di introdurre un sistema integrato per prevenire fenomeni di inquinamento e controllare l’intera filiera idropotabile, superando l’approccio della verifica limitata alla fase finale di erogazione».
Di tutta l’acqua che preleviamo, ne sprechiamo quantità enormi. Le perdite sono in media del 37%, con alcune differenze tra i capoluoghi del Nord, dove la percentuale è del 26%, del Centro (34%) e del Sud (46%). La maglia nera spetta a Frosinone, dove addirittura il 78% delle acque prelevate non raggiunge i rubinetti. Considerando invece le città metropolitane, tra il 2014 e il 2019 soltanto Bologna, Firenze, Milano e Torino si sono mantenute sotto la media nazionale. Per il consumo medio pro capite, Milano però passa tra gli esempi meno virtuosi insieme a Reggio Calabria, nonostante recenti miglioramenti. In generale, i consumi medi per abitante delle città capoluogo non scendono sotto i 100 litri al giorno, ma si è comunque registrato un calo, dai 183 litri del 2015 ai 160 del 2019.
Risorse insufficienti
Grave è la situazione per il mancato trattamento delle acque reflue, per cui sono state aperte nei confronti dell’Italia quattro procedure di infrazione, una delle quali è passata alla sanzione pecuniaria. Oltre al danno ambientale e quello alla salute, insomma, il ritardo sulla depurazione ci è già costato oltre 77 milioni di euro. E continueremo a pagare fino a che l’emergenza non verrà superata. Secondo gli ultimi dati a disposizione, gli agglomerati ancora non conformi sono 939. Nel Pnrr, al ciclo idrico integrato vengono destinati 1,5 miliardi di euro, di cui 900 milioni per le perdite di rete e 600 per fognature e depurazione. Per Legambiente queste risorse non sono sufficienti: si parla di “digitalizzazione delle reti idriche” per renderle “intelligenti”, ma prima bisognerebbe pianificarne la sostituzione e l’ammodernamento. Quanto alla depurazione, si fa riferimento all’efficacia degli impianti esistenti, ma non si considera la necessità di intercettare i reflui non ancora collettati: servirebbero investimenti due o tre volte superiori per accelerare le operazioni. E ridurre le multe. «Il Pnrr prevede maggiori risorse per gli invasi piuttosto che per il ciclo idrico integrato – conclude il responsabile scientifico di Legambiente – È corretto adeguare e completare gli invasi esistenti, ma non realizzarne di nuovi. Se l’obiettivo è aumentare la disponibilità d’acqua, è più logico agire per ridurre le perdite delle reti e per proteggere le fonti di approvvigionamento».
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