Roma – Un caricatore abbandonato fra via Mario Fani e via Stresa, il 16 marzo 1978. I bossoli a terra, intorno all’Alfetta della scorta. Un uomo alto almeno un metro e 80, vestito di pelle nera, con orecchie e naso grossi, che poi si mette un passamontagna con una vistosa striscia rossa, notato sulla scena dell’agguato in cui cinque fra carabinieri e poliziotti morirono e Aldo Moro fu rapito. Su questi elementi la Procura di Roma dovrà indagare ancora.
Lo ha deciso il gip della capitale che ha accolto in sostanza la richiesta presentata dall’avvocato Nicola Brigida e da Guido Salvini, ex gip milanese e oggi legale, che rappresentano rispettivamente Giovanni e Paolo Ricci, i figli di Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri e autista di Aldo Moro, freddato coi colleghi in quella lontana mattina.
Si erano opposti con una articolata memoria all’archiviazione chiesta dal pm il 28 maggio 2025 e il giudice ha dato loro ragione. Si tornerà ad approfondire chi c’era sul luogo della sparatoria il 16 marzo. “Perché la ricostruzione di allora non torna per nulla – spiega Brigida -, con i brigatisti che vogliono sul posto solo quattro persone a fare fuoco. Non è possibile. Lo dimostrano i testimoni, tanti e concordanti, che raccontano di quest’uomo vestito di pelle nera, alto, massiccio che poi appare con un passamontagna, sale su una moto Honda. E soprattutto spara, nascosto dietro la Mini verde sul lato opposto della strada, come dice una ragazza che vede la canna di un mitra.
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L’uomo si apposta dietro la Fiat 128 bianca di Casimirri e Lojacono, che chiude dall’alto la strada, e fa fuoco sull’agente Raffaele Iozzino, che scende dall’Alfetta, risponde ai colpi e resta a terra morto. Lo fa anche contro Francesco Zizzi, trovato seduto al posto del passeggero, agonizzante – aggiunge Brigida –. I testimoni indicano azioni e luoghi, e i racconti vengono confermati dal ritrovamento dei bossoli a terra. Impossibile siano stati tutti sparati da quel mitra ritrovato in un covo milanese che si attribuisce a Franco Bonisoli che, con un’arma inceppata, sarebbe stato capace di sparare da solo 49 proiettili, la gran parte degli oltre 90 esplosi in due minuti. Semplicemente ora si procederà a una verifica realistica dei reperti e potremmo scoprire molto”.
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Fra i punti chiave, l’analisi balistica sul caricatore ritrovato all’angolo fra via Fani e via Stresa, repertato, ma mai controllato. Contiene dei colpi che saranno esplosi dal mitra milanese comparando i bossoli con quelli rimasti a terra. “Abbiamo anche chiesto analisi genetiche e sulle impronte”. Da questi esami, 48 anni dopo, potrebbe emergere l’identità di un nuovo sparatore mai scoperto in via Fani.