Oltre 200 scienziati lanciano l’allarme: “la grande foresta è vicina al punto di non ritorno”, con conseguenze devastanti sul pianeta. Dagli anni ’70 è stata disboscata del 15% e il ritmo della deforestazione non accenna a diminuire
Dal mensile di gennaio 2022. Nell’immaginario collettivo è il polmone verde del pianeta. E si avvicina velocemente al “punto di non ritorno”. Il bacino amazzonico comprende la foresta pluviale più estesa al mondo (circa 6 milioni di chilometri quadrati) con il fiume più lungo, il Rio delle Amazzoni, che nasce sulle Ande e scorre impetuoso fino all’Oceano Atlantico spostando 220.000 metri cubi di acqua al secondo. La foresta amazzonica, plasmata da miliardi di anni di cambiamenti geologici e climatici, è dimora di centinaia di migliaia di specie animali e vegetali, molte ancora sconosciute, nonché di popolazioni indigene dall’immensa varietà bioculturale. Una biblioteca di libri ancora da leggere. Eppure tra estinzione di specie, degradazione dell’habitat e disboscamenti illegali, la situazione in cui versa è a dir poco drammatica. Tra l’agosto 2020 e il luglio 2021 il ritmo della deforestazione nell’Amazzonia brasiliana è aumentato del 22% rispetto all’anno precedente. La superficie interessata dai tagli è stata di 13.235 chilometri quadrati: livelli di disboscamento che non si registravano dal 2005-2006, quando la superficie colpita era stata di 14.286 chilometri quadrati. A segnalarlo sono gli ultimi dati dell’Instituto nacional de pesquisas espaciais (Inpe), che lancia un allarme chiaro. Sotto accusa c’è anche il presidente Jair Bolsonaro, insediato al governo nel gennaio 2019. Da allora, la deforestazione è aumentata a ritmi preoccupanti (+ 54% nei primi 11 mesi di mandato), ma l’acceleratore era stato premuto già nel 2012-2013, sotto il governo di Dilma Roussef, che dopo alcuni anni di diminuzione del tasso di deforestazione aveva ammorbidito le leggi sui controlli e ridotto le pene per le violazioni ambientali. Ai dati pubblicati dall’Inpe ha risposto pubblicamente Joaquim Leite, ministro dell’Ambiente: “I numeri presentati non riflettono le azioni fatte negli ultimi mesi. Siamo presenti e combatteremo vigorosamente il crimine ambientale. Già quest’anno c’è stato un calo dell’11% rispetto allo stesso periodo del 2020”. Il riferimento è alla campagna “Guardiani del Bioma” avviata dal governo in collaborazione con il ministero della Giustizia. “Sono stati schierati ottomila uomini sui territori più a rischio, che sono riusciti a ridurre del 26% gli incendi in Amazzonia”, sostiene Leite. I tanti aspetti della questione, dalla perdita di biodiversità ai rischi per le popolazioni tradizionali, dalle emissioni di CO2 al timore di “non ritorno”, sono stati messi nero su bianco da più di duecento scienziati riuniti nel Gruppo scientifico per l’Amazzonia (Science panel for the Amazon). Dal loro lavoro, ricco di numeri e riflessioni, deriva il rapporto più completo mai scritto sull’argomento, “Amazon Assessment Report 2021”, pubblicato online recentemente e corredato da alcune linee guida per la conservazione e il ripristino della foresta.
Giro di boa
«Gli studi analizzati dal rapporto mostrano che se la regione perderà più del 25-30% della sua copertura forestale originale, sarà raggiunto il temuto tipping point (punto di non ritorno), cioè il limite dopo il quale la foresta perderà la sua capacità di sostenersi autonomamente», spiega a Nuova Ecologia Paulo Moutinho, uno degli autori del rapporto e membro dell’Ipam, l’Istituto di ricerca ambientale dell’Amazzonia. Il disboscamento ha già ridotto la foresta del 15% circa rispetto alla sua estensione degli anni Settanta. In particolare in Brasile, che ne comprende oltre la metà, la superficie è diminuita del 19%. Il collasso funzionale della foresta renderebbe ancora più critico il clima locale, ormai alterato dalla deforestazione, facendo aumentare la siccità e favorendo l’avanzata degli incendi, con conseguenze devastanti sul clima globale. La foresta pluviale diventerebbe insomma un ecosistema più simile alla savana africana, eccezion fatta per la porzione occidentale dell’Amazzonia, dove le correnti d’aria salgono sopra le Ande rilasciando il vapore acqueo sotto forma di pioggia. È uno scenario spaventoso, eppure gli scienziati sono concordi nel sottolineare che ci siamo vicini. Nella foresta amazzonica sono immagazzinati circa 100 miliardi di tonnellate di carbonio, un volume equivalente a quasi un decennio di emissioni globali di gas serra: la loro liberazione in atmosfera sarebbe disastrosa per l’intero equilibrio del pianeta.
Sistema multiforme
Ad oggi, la necessità di trovare nuovi spazi per l’allevamento del bestiame è ancora la prima causa di deforestazione in Brasile. A questa vanno aggiunte l’avanzata delle miniere illegali, la diffusione delle monoculture e, sempre più di frequente negli ultimi anni, l’“accaparramento di terre” (land grabbing, ndr). «Negli ultimi tre anni – riprende il ricercatore – l’invasione illegale dei terreni ha rappresentato quasi la metà dell’intera deforestazione. Una speculazione figlia dell’azione della criminalità organizzata, che sostiene anche l’estrazione illegale di oro e il traffico di droga, associata alla mancanza di pene adeguate per i crimini ambientali». E neanche le migliaia di chilometri di estensione bastano ad attutire la gravità dei danni prodotti. La foresta amazzonica, infatti, nella sua struttura originaria agisce come un grande sistema di irrigazione che distribuisce umidità a tutti i territori circostanti. I dati dimostrano che un singolo albero della foresta può emettere in atmosfera circa 500 litri di acqua al giorno. «Gli scienziati – spiega ancora Moutinho – chiamano l’Amazzonia “il grande oceano verde” perché i processi di emissione di vapore acqueo, che formano le nuvole, sono simili all’evaporazione che avviene sul mare». Si generano così i rios voadores, i “fiumi volanti”, alimentati dalla traspirazione delle piante forestali, una rete umida dal valore inestimabile che porta piogge alle zone agricole del Brasile meridionale e del nord dell’Argentina. «Il 95% dell’agricoltura brasiliana dipende da queste piogge più che dall’irrigazione artificiale – aggiunge l’esperto – Si può dire che la foresta determina una buona parte del Pil del Paese. Niente foresta, niente pioggia, zero produttività».
Futuro a marcia indietro
Intanto, mentre il mondo intero aspetta di vedere cosa cambierà nei prossimi anni in seguito all’accordo firmato alla Cop26 di Glasgow che impegna gli Stati firmatari, Brasile compreso, a fermare la deforestazione illegale entro il 2030, in casa c’è poca speranza. «Ci aspettiamo solo ulteriore distruzione – conclude Paulo Moutinho – C’è una profonda contraddizione tra ciò che l’attuale governo dice al mondo e ciò che accade in Amazzonia in termini di deforestazione e perdita dei diritti umani. Servirebbe un cambiamento politico concreto, che garantisca la conservazione delle terre pubbliche e la valorizzazione del contributo dei popoli indigeni, che più di tutti preservano la foresta. Ora sono praticamente abbandonati».