Biocarburanti e guerra, dall’Ucraina oli vegetali e fame

scaffali oli vuoti

Le prime navi merci dall’Ucraina arrivano anche in Italia. L’Europa importa biocarburanti, soprattutto oli per il biodiesel. Gran parte è “greenwashing”, che fa aumentare i cambiamenti climatici e la fame nel mondo

La Mustafa Necati è stata la prima nave proveniente da Odessa a giungere in Italia il 7 agosto, trasportava 6 mila tonnellate di olio di girasole, attese da febbraio a Monopoli, in Puglia, nella bioraffineria del gruppo Marseglia, una delle più grandi d’Italia che lavora quotidianamente mille tonnellate di oli vegetali e ne commercializza un milione all’anno, sia per gli alimenti che per produrre biocombustibili soprattutto per centrali elettriche. La seconda nave, la Sacura, è arrivata qualche giorno dopo a Ravenna, con 11 mila tonnellate di olio di soia. A Ravenna opera la multinazionale Bunge, che commercializza e raffina oli vegetali per produrre alimenti, mangimi, paraffina e biodiesel.
Mentre i porti del nord Africa, del Medio Oriente o dell’India attendevano da Odessa cereali e oli per l’alimentazione umana, l’Europa importa dall’Ucraina soprattutto oli: il 58% dell’olio di colza e il 9% dell’olio di girasole sono consumati in Europa nelle auto e nei camion. Così come il 32% dell’olio di soia e il 50% dell’olio di palma, che però provengono soprattutto dall’Amazzonia e dall’Indonesia. Ciò ha contribuito a far sì che gli oli vegetali mostrassero gli aumenti di prezzo più elevati tra tutti i prodotti alimentari a livello globale, anche prima della guerra (vedi figura 1). I prezzi nel 2022 sono stati fino a 2,5 volte superiori rispetto a prima del 2021, quando l’aumento dei prezzi è iniziato dopo anni di stabilità, con i prezzi dell’olio di colza e di girasole che hanno mostrato aumenti sopra la media tra i principali tipi di olio vegetale.

I mercati globali di tutti i tipi di oli vegetali sono altamente interconnessi. I dati forniti dalla FAO mostrano che l’aumento dei prezzi degli oli vegetali e dei cereali il principale motore dell’indice dei prezzi alimentari ha raggiunto nuovi record: dopo il massimo storico nel 2021, costringendo gli acquirenti a pagare 1,65 volte di più per gli oli vegetali rispetto al periodo di riferimento 2014-16, l’aumento è continuato nel 2022, raggiungendo il picco a marzo, quando gli acquirenti hanno dovuto pagare anche 2,5 volte di più, trascinato dall’olio di colza e di girasole (vedi Fig. 2).


Le Nazioni Unite prevedono che i prezzi record dei generi alimentari spingeranno circa 180 milioni di persone ad affrontare crisi alimentari e altri 19 milioni saranno affette da denutrizione cronica. Anche in regioni ricche come l’Europa, l’inflazione dei prezzi alimentari ha un grave impatto sulle persone che sopravvivono con un reddito basso. Particolarmente colpita l’India, secondo maggior consumatore di oli vegetali al mondo, con il 14% di tutte le importazioni di olio vegetale dall’Ucraina.
L’India è stata costretta a ridurre le tasse all’importazione, ad imporre limiti alle scorte e a sospendere il commercio di futures su oli commestibili e semi oleosi. La crisi si è poi aggravata quando alla fine di gennaio 2022 l’Indonesia ha limitato le esportazioni di olio di palma, per contenere la carenza di olio da cucina per le famiglie indonesiane a basso reddito. Ma se in Indonesia i prezzi locali si sono ridotti, quelli sul mercato globale hanno raggiunto nuovi livelli record, superati un mese dopo con l’invasione Russa dell’Ucraina. Usare alimenti come carburante è un problema, non una soluzione. È greenwashing.

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