Bolzoni rivela: «Conte era maniacale persino nelle rimesse laterali…Questa cosa che si dice su Mourinho è vera» – VIDEO

Francesco Bolzoni ha parlato in esclusiva a Internews24 per parlare della sua esperienza in nerazzurro ma anche dell’Inter attuale

In esclusiva a Internews24, Francesco Bolzoni ha parlato così dei nerazzurri tra presente e passato.

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Spostiamoci sul tuo percorso all’Inter, durante il quale hai esordito giovanissimo in Champions League. Il Bolzoni diciottenne si rese immediatamente conto del peso di quel momento oppure ne comprese l’importanza solamente negli anni successivi?

«L’ho capito dopo, perché quell’esordio fu completamente inaspettato. Non avrei mai immaginato di entrare a diciotto anni, con l’Inter in dieci uomini contro undici e considerando i giocatori presenti in panchina. Soltanto successivamente mi sono reso conto di essere entrato in una partita davvero importante per il percorso in Champions di quella stagione».

«Ho fatto meno fatica a esordire in Champions League rispetto ad altre partite disputate nelle categorie inferiori. In quel momento hai il coraggio e la spensieratezza del giovane, oltre ad avere poche aspettative nei confronti di te stesso. Anche la società e chi ti osserva non pretendono troppo: per questo motivo diventa tutto un po’ più semplice».

Quell’esordio sembrava poter rappresentare l’inizio di una lunga carriera in nerazzurro, che invece non si è concretizzata. Quale fu la ragione principale: la mancanza di continuità, il contesto, la fiducia dell’allenatore oppure un insieme di fattori?

«Penso semplicemente di non essere stato un giocatore abbastanza completo e forte da poter costruire una carriera nell’Inter. La risposta, secondo me, è molto semplice. È vero che ho collezionato sette oppure otto presenze, alcune anche da titolare, ma durante la mia carriera non ho mai pensato di poter tornare all’Inter come giocatore importante».

«Non ero a quel livello. Forse, se fosse rimasto Roberto Mancini, l’allenatore che diede il via alla mia carriera, avrei avuto qualche occasione in più. Nella stagione successiva, con Mourinho, non giocai mai. Con Mancini avrei potuto aggiungere altre otto, nove o dieci presenze, ma credo che il livello dell’Inter non fosse il mio».

Mancini, anche da commissario tecnico della Nazionale, ha dimostrato di credere molto nei giovani. Negli ultimi anni sono nate anche le seconde squadre: possono aiutare a colmare il divario tra Primavera e Serie A oppure il prestito rimane lo strumento più formativo?

«Le seconde squadre aiutano sicuramente a ridurre un divario che in passato non era così ampio tra Primavera e prima squadra. Sono utili anche i prestiti, perché per alcuni giovani provenienti da realtà come Inter, Milan, Juventus o Roma la Serie C può risultare troppo stretta. In quei casi, un’esperienza in Serie B potrebbe rappresentare la soluzione migliore».

«Una cosa che, secondo me, non aiuta la crescita è spingere le società a schierare giovani che magari non sono ancora pronti. Un ragazzo, quando va in prestito, non deve avere il posto assicurato in virtù delle regole. Deve sapere di doversela giocare con tutti, giovani e calciatori più esperti. Bisogna crescere attraverso la competizione, senza norme che facilitino artificialmente la carriera».

Hai un aneddoto sulla maniacalità di Conte durante gli allenamenti e nella preparazione delle partite?

«Provava persino le rimesse laterali, partendo dalla nostra area fino ad arrivare a quella avversaria. Potevamo ripeterne dieci per ciascuna fascia. Studiava anche dettagli della squadra avversaria che aveva individuato solamente lui durante la videoanalisi. Era davvero maniacale».

«Da Iachini e Sannino ho preso soprattutto la fase difensiva: erano fenomenali nella preparazione tattica di quell’aspetto. Nella gestione del gruppo, invece, ho imparato da Mourinho, che era fortissimo, e da Mancini, dotato di un grandissimo carisma».

«Ho avuto per sei mesi anche Mignani, quando ero fuori rosa a Bari. Nonostante quella situazione, sono rimasto molto legato al suo modo di fare e di allenare e continuo a prendere spunto da lui. Quello che non vorrei replicare, pensando anche ad altri allenatori avuti in carriera, è la mancanza di entusiasmo e di equilibrio emotivo a seconda di una vittoria o di una sconfitta. È un atteggiamento che non ho mai apprezzato».

Chiudiamo con il settore giovanile e la Serie D. Esisteva un pregiudizio su questo mondo che hai abbandonato solamente dopo essere entrato a farne parte come allenatore?

«Alla Pro Patria ho trovato un responsabile del settore giovanile che ha compiuto un lavoro pazzesco. In due anni ha cambiato e sistemato tutto dal punto di vista logistico, dei materiali e degli allenatori. Mi sono trovato benissimo e sono convinto che alcuni ragazzi cresciuti durante quel biennio arriveranno almeno in Serie C».

«Ho lasciato perché vorrei provare ad allenare una prima squadra e confrontarmi con i grandi. Posso però parlare soltanto bene della gestione trovata alla Pro Patria. Ogni settore giovanile rappresenta una realtà a sé e deve essere affidato a persone che lo trattino con la stessa attenzione riservata alla propria casa, non a dirigenti interessati solamente a mostrare di ricoprire quel ruolo».

L’INTERVISTA COMPLETA A BOLZONI SU INTERNEWS24