Milano, 10 luglio 2026 – S’infiamma di nuovo la guerra nel Golfo e le agenzie di stampa battono il primo titolo a effetto: “Il gas sfonda la soglia dei 50 euro“. Misuriamo la febbre dell’economia europea con il termometro del gas (e del petrolio) dal 28 febbraio, calcio d’inizio del conflitto tra Usa e Iran.
Il malessere economico è la conseguenza diretta delle guerre (in Iran e in Ucraina) e soprattutto della chiusura dello Stretto di Hormuz. Ma il problema non si ferma alla carenza di gas. Il male oscuro si chiama inflazione, la conseguenza diretta dell’aumento dei prezzi. L’inflazione in Eurolandia potrebbe schizzare al 5% entro fine anno, ha avvisato ieri il direttore generale del Meccanismo europeo di stabilità (MES), Pierre Gramegna, al termine dell’Eurogruppo. Uno scenario possibile se si saldano i rischi “delle tensioni in Medio Oriente” e la “potenziale forte rivalutazione degli asset statunitensi”.
Stesso messaggio nelle minute della riunione della Bce del 10 e 11 giugno, in cui l’Eurotower decise di aumentare i tassi di interesse dello 0,25%: una scelta presa per raffreddare l’inflazione e fare fronte all’instabilità geopolitica provocata dal conflitto Usa-Iran. Se oggi il tasso medio dei mutui (fonte Bankitalia) sfiora il 4%, dobbiamo ringraziare la guerra fra Trump e i pasdaran.
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Il blocco di Hormuz
Il blocco di Hormuz, nodo cruciale dei traffici del petrolio, del metano, dell’elio che raffredda i microchip e di materie trasformate alla base di pesticidi e allumini, ha fatto innalzare i costi che scaldano l’inflazione. L’analisi della Bce nelle minute è spietata. “L’interruzione prolungata delle forniture energetiche” fa “aumentare ulteriormente i prezzi dell’energia e per un periodo più lungo di quanto attualmente previsto”. Così si erodono i redditi reali rendendo le imprese e le famiglie “più riluttanti a investire e a spendere”.
Le imprese dell’area dell’euro potrebbero arrivare “a ridurre la produzione”, e “un peggioramento del clima di fiducia sui mercati finanziari globali o una contrazione dell’offerta di credito potrebbero frenare la domanda”. Come una valanga si rischia di “compromettere ulteriormente le catene di approvvigionamento, ridurre le esportazioni e indebolire i consumi e gli investimenti”.
L’inflazione fuori controllo
L’inflazione, quindi. Fuori controllo. Anche gli analisti finanziari sono in allerta. Guillaume Rigeade, di Carmignac, società francese di gestioni patrimoniali, ha osservato che la guerra del Golfo “ha profondamente modificato il quadro macroeconomico”. A suo avviso le scelte della Bce di aumentare i tassi non basteranno, però. L’incertezza si sconta già sui titoli di Stato. Ad esempio i bund tedeschi a 10 anni, cita l’esperto di Carmignac, “si attestano a livelli che non si vedevano da 15 anni”.
Non basterà la riapertura di Hormuz per riportare subito l’equilibrio, però. Lo si legge anche nelle minute della Bce: la fine del conflitto non significherà la fine dello shock, perché bisognerà ripristinare le scorte di petrolio e riportare le forniture elettriche alla normalità: i prezzi energetici resteranno alti per un periodo lungo. Uno shock che ha “implicazioni sulla crescita maggiori di quanto previsto”. Anche perché dal Golfo non transitano solo petroliere.
Non solo caro-energia: effetti su alimentari e semiconduttori
Secondo Vincent Chaigneau, head of research di Generali Investments, i principali rischi per l’inflazione non sono infatti solo i prezzi dell’energia, ma quelli degli alimentari e i costi dei semiconduttori. Nell’attesa che si torni a una quasi normalità, il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno (“l’economia europea si sta dimostrando resiliente di fronte a questo shock”) ma non può evitare di ammettere che l’unico “intervento risolutore” può essere solo la fine del conflitto. Come dire cha stavolta neppure la Bce potrà fare tutto quello che serve, e anche di più.