Perugia, 16 ottobre 2026 – La letteratura che diventa passaggio, rito, soglia. Il tema di ‘UmbriaLibri’ di quest’anno è il ramo d’oro, metafora che invita ad attraversare mito, memoria, fiaba, geopolitica e trasformazione sociale. A Perugia da oggi a domenica e dal 20 al 22 novembre a Terni, sotto la direzione artistica di Nicola Lagioia. Tra i 50 incontri con autori di primo piano nazionale e internazionale c’è Antonio Manzini, che in occasione del bicentenario della nascita di Carlo Collodi domani alle 21 al teatro Pavone si confronta con Fabio Stassi e Maurizio Maggiani sul libro di racconti Quando Pinocchio non c’era edito da Sellerio: l’incontro è moderato dal caporedattore di QN Matteo Massi. Manzini ha curato l’antologia e si è cimentato nel tratteggiare il Gatto e la Volpe. “Questo è un libro nato per caso – attacca Manzini –, ne ho parlato con l’editore. L’abbiamo proposto e altri scrittori e scrittrici hanno aderito con entusiasmo. Parte come omaggio ma in realtà è una specie di voto alla letteratura, per considerarla sempre un posto democratico, aperto, nel rispetto delle norme”.
Pinocchio appartiene a tutti gli italiani.
“A tutti noi, è famoso all’estero, credo sia il libro più tradotto, anche più della Divina Commedia. Un libro per ragazzi senza accezione denigratoria, un capolavoro che ha colto qualcosa della nostra vita, che ci sconvolge ancora oggi e ci appartiene. Ognuno se lo porta dentro Pinocchio. Sta qua, con noi”.
E Collodi?
“È uno scrittore quasi sconosciuto, non si sa tanto di lui. Uno che giocava, che ha fatto due guerre risorgimentali perdendole entrambe. La sua durezza, la smania di abbandono dalle delusioni che ha avuto, perché ha visto infrangersi un sogno, sono ciò che accomuna tanti di noi. Le favole sono le nostre paure ancestrali che ritornano”.
Collodi l’anarchico.
“Ha scritto questa favola pensando probabilmente alla sua anarchia morta, schiacciata dallo strapotere, dai doveri. Chiudeva Pinocchio con la sua impiccagione. L’editore gli disse: “Ma non puoi chiudere un libro per bambini con una morte del personaggio“. Allora lo cambiò e fece quest’altro finale dove diventa bambino, ma è un finale triste per Collodi. Dovrebbe essere un momento meraviglioso, ma non è vero, perché esce dalla favola”.
Lei ha curato il racconto del Gatto e la Volpe.
“Due poveracci, due drop out, due emarginati, no? Certo, si arrabbiano con uno più emarginato di loro, una guerra fra poveri”.
A proposito, come sta Schiavone?
“Ho preso una vacanza da lui, sono pause che fanno bene ai rapporti lunghi, li alleggeriscono”.
C’è una sua personale classifica delle famose rotture di Rocco, se pensa al ceto medio italiano?
“È uguale a quella di Schiavone, l’unico cenno autobiografico dei miei libri. Le rotture di coglioni sono quelle che rendono la vita sempre più noiosa. Nella vita di tutti i giorni ci sono le banche, gli ambulatori, i dentisti, e poi i balzelli, i dazi. Al primo posto, ma fuori categoria, la malattia, si gioca su altri tavoli”.
Nell’ultimo libro (I tramezzini di Rocco Schiavone, Sellerio) lei fa riferimento a questa specialità gastronomica.
“E pensare che sono nati a Torino, ma a noi romani non l’avevano detto. Quelli di oggi spesso sono incommestibili, incellophanati. Per carità. Ma se trovi quello buono, è un abbraccio”.
Negli ultimi romanzi con Schiavone c’è meno Marina e più un ripiegamento su sé stesso. Secondo lei è un depresso?
“Certo, raccoglie la depressione di tutti noi, un depresso funzionale”.
Schiavone ha perso Marina, Giallini che lo interpreta ha perso sua moglie, è successo anche a lei due anni fa.
“Una concatenazione a cui non attribuisco alcun significato letterario: Rocco convive con un lutto spaventoso che in realtà era la mia più grande paura nella vita, tanto che quando è arrivato il mio tsunami mi ha preso in pieno”.
Quando torna Rocco?
“Lo sapessi…”