Il 2022 si è aperto con la notizia dell’omicidio di un indigeno di appena 14 anni. Dagli Accordi di pace del 2016 gli attivisti ammazzati nel Paese sono almeno 1300. E il numero cresce con l’avanzare dei mega progetti estrattivi
di Francesca Caprini
Dal mensile di marzo. Iniziare una giornata in Colombia significa spesso dover leggere l’elenco dei caduti del giorno prima. Al momento di scrivere arriva la notizia dell’omicidio di tre fratelli, di 25, 22 e 18 anni, a Yurilla, in Putumayo, regione al confine con l’Ecuador. “È il secondo massacro in pochi giorni – si legge sul sito indipendente Contagio Radio – il diciottesimo della zona, dove si contendono il territorio gruppi dissidenti Farc del Frente Carolina Ramirez”. Secondo Indepaz, l’istituto di studi per la pace e lo sviluppo, dall’inizio dell’anno sono almeno venti gli attivisti assassinati nel Paese sudamericano. Fra questi, il giovanissimo Breiner David Cucuñame López, di appena 14 anni: un “difensore della Madre Terra”, così l’hanno chiamato i suoi compagni del Cric, l’organizzazione indigena del dipartimento di Cauca. La notizia ha fatto il giro del mondo, aprendo uno squarcio sul panorama di violenza della Colombia. «La situazione è gravissima», sostiene la defensora ambientale del Putumayo, Jani Silva, volto e voce della Zona di riserva contadina “Perla amazzonica”, che ha contribuito a fondare negli anni ’90 per difendere le comunità locali nel mezzo del conflitto. «Sono stanca – racconta a Nuova Ecologia – Devo cambiare continuamente casa, non riesco più a tornare nella mia fattoria. Vivo nella paura, e la pandemia ha peggiorato la situazione». Jani Silva è una delle tante leader comunitarie che in Colombia vivono sotto scorta, minacciate per il proprio attivismo politico e ambientale. Da decenni lotta per la costruzione della pace e per la difesa degli acquitrini amazzonici, messi a rischio dalle attività estrattive dell’industria petrolifera Amerisur. «Credo sia la peggiore stagione della mia vita», aggiunge sfiduciata Jani. In Colombia sono state raccolte oltre 500.000 firme per chiedere che l’ambientalista abbia un’adeguata protezione. Anche Amnesty International ha lanciato una campagna in suo appoggio. Ma il Putumayo è una zona deputata alla coltivazione intensiva di coca, c’è il petrolio ed è terra di confine: qui lo scontro fra gli attori che si contendono il territorio – paramilitari, narcotrafficanti, guerriglieri ed esercito colluso – non è più contenibile e l’assenza dello Stato assordante.
La Colombia è attraversata da un’ondata di violenza paragonabile agli anni più bui della “guerra sucia”
A cinque anni dagli Accordi di pace, la Colombia è attraversata da un’ondata di violenza paragonabile solo agli anni più bui della guerra sucia, che ha devastato il Paese per oltre mezzo secolo a partire dagli anni ’50. Da quando l’esercito marxista Farc-Ep (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia – Ejército del pueblo) ha firmato il cessate il fuoco con il governo dell’allora presidente Juan Manuel Santos, sono almeno 1.306 gli attivisti uccisi: il numero più alto dell’America Latina, secondo l’Alto commissariato Onu per i diritti Umani (Acnudh). E ancora migliaia di casi di violenze e minacce, sfollamenti forzati, perdita di culture e biodiversità.
Gli Accordi di pace – così tanto voluti dalle centinaia di comunità indigene, contadine e afrodiscendenti del Paese, sottoscritti dagli ex guerriglieri, accompagnati dalla comunità internazionale e benedetti dalla Chiesa – non vengono applicati e rispettati. Una grande responsabilità è dell’attuale presidente, Ivan Duque, che in linea col partito Centro democratico del suo mentore, l’ex presidente pluripregiudicato Alvaro Uribe Velèz, non ha mai nascosto la sua avversione verso la pacificazione.
Insomma, il panorama del Paese, dal punto di vista delle violazioni dei diritti, è desolante ed estremamente complesso. Sono ricomparse le mine antiuomo e il dramma dei falsos positivos (cadaveri di civili fatti passare come guerriglieri), i cartelli della droga si sono moltiplicati e accordati con nuove forme di para-militarismo ed eserciti mercenari. Pezzi delle Farc hanno ripreso le armi dopo aver visto morire ammazzati – uno dopo l’altro, da civili – i loro compagni: 292, al novembre 2021, gli ex guerriglieri uccisi secondo un rapporto Onu. Hanno così dato vita alla Segunda Marquetalia, richiamando il nome del luogo dove nel ’64 nacque il primo nucleo dell’esercito guerrigliero. Altri segmenti fariani, che le armi non le avevano mai abbandonate, hanno costituito gruppi dissidenti che a loro volta si mescolano e sovrappongono ad altre bande armate o criminali. L’altro gruppo guerrigliero storico, l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), non ha invece mai sottoscritto la pace. Una geopolitica della violenza in cui si inseriscono esercito e polizia colombiana: una collusione certificata anche dalla Jep, la Giurisdizione speciale per la pace, che dal 2016 analizza i casi di violazione durante i decenni di guerra. C’è un nodo inscindibile in tutto questo, un passaggio che viene messo in luce sia dalle organizzazioni internazionali – si legga l’ultimo rapporto di Global Witness sul tema – che da comunità e gruppi locali: soprusi e omicidi selettivi, in Colombia come nel mondo intero, aumentano con l’avanzare dei mega progetti estrattivi e con la complessità delle lotte per l’accaparramento di terre, risorse e territori. Una mattanza dolorosa ed estremamente simbolica, se non fosse anche così drammaticamente concreta, che disegna la lotta fra l’economia dello sfruttamento indiscriminato delle risorse e dei popoli e coloro che a costo della vita resistono nell’opporsi e nel difendere il patrimonio naturale. La Colombia, sotto questo aspetto, è emblematica. Nel novembre 2016 parte della comunità internazionale plaudiva agli accordi per sottoscrivere il cessate il fuoco e la costruzione di una “pace con giustizia sociale” di una delle guerre interne più longeve del mondo: dopo 52 anni di conflitto, 250mila morti, decine di migliaia di dispersi e circa 8 milioni di sfollati interni, il Paese aveva bisogno di voltare pagina e cominciare a sperare. C’era stato fermento: comunità indigene, contadine e afrodiscendenti di ognuno dei 32 departamentos avevano contribuito a costruire i sei punti degli accordi. Organizzazioni femminili e femministe erano intervenute per ampliare la visione di genere nei documenti, a sottolineare l’enorme apporto di sangue ma anche di protagonismo delle donne durante i tanti decenni di guerra. Cinque anni dopo, associazioni per i diritti umani internazionali e colombiane, politici e organizzazioni di base sono unanimi nel confermare il parziale fallimento dell’applicazione di quel patto fra guerriglia e Stato che tanto aveva fatto sperare. Il 2022 sarà un anno importante per la Colombia, che affronterà la campagna elettorale per eleggere il nuovo presidente. Intanto però, in un report dello scorso 27 gennaio, la Fao ha lanciato l’allarme per il dilagare della malnutrizione, inserendo la Colombia fra i Paesi a rischio fame insieme a Yemen e Nigeria.
L’intervista
A colloquio con Danilo Rueda, coordinatore dell’organizzazione per i diritti umani Cijp
«La pace che vogliamo presuppone il coinvolgimento delle comunità: dobbiamo sostituire le piantagioni illecite, poter accedere all’acqua potabile, ci servono strade per il commercio. Ma sono sempre le politiche estrattiviste ad avere la meglio. In tutte le regioni ci sono scontri per la disputa delle terre. E le forze armate, sia polizia che esercito, sono coinvolte. È una vergogna, perché la Colombia è un Paese ricco di risorse naturali. Ma in molte zone siamo a livello di povertà di Haiti». A parlare così è Danilo Rueda, coordinatore di Cijp, un’organizzazione per i diritti umani che da trent’anni sostiene le comunità indigene, contadine e afrodiscendenti nei luoghi di conflitto. Da anni vive sotto scorta a causa delle minacce. Ma non sembra affatto che si sia fatto intimidire.
Che cosa potrebbe fare la comunità internazionale per la Colombia?
Smettere con i finti investimenti per l’ambiente. Il presidente Duque era in Svezia con una delegazione di 160 persone a parlare di ecologia: è la stessa persona che ha dato vita alla più grande deforestazione mai vista nel nostro Paese. Si devono appoggiare i meccanismi di difesa e sviluppo che le stesse comunità adottano. Zone di biodiversità, zone umanitarie, riserve contadine: spazi dove gli ecosistemi sono salvaguardati e gli attori armati non possono entrare.
Che speranze nutri per le presidenziali di maggio?
Fra i candidati spicca il nome del candidato progressista, ed ex sindaco di Bogotà, Gustavo Petro. Il nuovo presidente dovrà rompere con il modello economico che negli ultimi vent’anni ha creato solo diseguaglianza e nessuna redistribuzione delle ricchezze, privatizzando servizi e beni comuni. E dovrà essere capace di ricevere le istanze di una popolazione che ha dimostrato di sapere ciò che vuole: basti pensare alle migliaia di giovani organizzati nel movimento Primera Linea scesi in piazza nei mesi scorsi per chiedere pace e giustizia sociale. Sono stati repressi dalle forze dell’ordine e l’Esmad, il corpo della polizia antisommossa, è incriminato per almeno cinquanta morti. Se non verranno attuate, per noi sarà un disastro. Ci stiamo abituando a una violenza assurda. Bisogna tenere fede al patto che abbiamo sottoscritto, per avere finalmente un futuro di pace.
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