Come salvare dall’estinzione la focena vaquita

Phocoena sinus

Restano soli dieci esemplari. Uno studio rivela però che la popolazione del più piccolo mammifero marino al mondo può ancora salvarsi. Ecco perché

Dal mensile di luglio-agosto – Le vere dive si contano sulle dita di una mano. Lo stesso avviene con la focena vaquita (Phocoena sinus), che si mostra di rado, con il suo look sempre impeccabile, caratterizzato da occhi e bocca scuri, tanto da sembrare quasi colorati da un truccatore. È il più piccolo mammifero marino esistente, quello con l’areale di distribuzione meno esteso, e la numerosità degli individui ha raggiunto ormai livelli preoccupanti per le strategie di conservazione. Secondo gli ultimi monitoraggi effettuati non ne esisterebbero più di una decina di esemplari, tutti residenti nelle acque del Golfo della California, nel Messico settentrionale.

Eppure, nonostante il grave pericolo di estinzione derivante da una popolazione così esigua, una recente analisi condotta da un team di biologi dell’Università della California a Los Angeles (Ucla), con colleghi di una collaborazione internazionale, ha scoperto che la specie è geneticamente sana e che potrebbe sopravvivere e riprendersi nei prossimi anni. A condizione, però, che la pesca illegale sia interrotta prontamente una volta per tutte.

Nella rete

Non ci sarebbe nessun motivo di pescare questo piccolo cetaceo, minacciato di estinzione, che non supera il metro e mezzo di lunghezza. Non viene venduto come alimento, non ha doti curative e non possiede parti ricercate per il commercio illegale. Il problema sorge “solo” per una convivenza sfortunata. Da decenni, le vaquitas rimangono impigliate nelle reti da posta sistemate dai bracconieri nelle acque basse del Golfo della California per pescare i totoaba (Totoaba macdonaldi), grandi pesci della famiglia degli Sciaenidae, a loro volta minacciati di estinzione ma molto ricercati in Cina, dove sono utilizzati dalla medicina tradizionale per le presunte proprietà afrodisiache e antiemorragiche. L’evoluzione ha voluto che vaquitas e totoaba sviluppassero dimensioni simili, garanzia di morte certa per le focene nelle reti. Così, il Messico ha vietato la pesca del totoaba e reso illegale l’uso delle reti da posta nell’habitat delle vaquitas, ma i dati dimostrano che i divieti non vengono sempre rispettati. E anche se non si conosce con esattezza il numero storico della specie, è noto che la quantità degli individui della popolazione è stata in costante diminuzione negli ultimi 25 anni. La prima indagine completa risale infatti al 1997 e contava un totale di circa 570 focene; al momento di scrivere se ne registrano non più di dieci o dodici unità.

La storica scarsa abbondanza nei mari si è trasformata in un punto di forza per la loro sopravvivenza

Depressione tra simili

Secondo le regole fondamentali della genetica di popolazione, una specie composta da così pochi individui dovrebbe essere già destinata all’estinzione, a causa di un fenomeno ben noto ai biologi e conosciuto come depressione da inbreeding (o inincrocio). Facciamo chiarezza. La diversità genetica è una misura delle differenze esistenti nel genoma tra gli individui di una popolazione. Popolazioni grandi tendono ad avere molte differenze, e quindi un pool genico variegato, mentre quelle piccole ne hanno di meno, con individui più simili tra loro. Una popolazione animale che, per condizioni ambientali o antropiche, sia composta da meno di 100 esemplari in un habitat ristretto, rimane isolata a lungo, e con il succedersi delle generazioni avrà un’alta probabilità di accoppiamento tra individui imparentati, geneticamente simili. Questa somiglianza può spesso portare a una maggiore incidenza di mutazioni dannose che mettono in pericolo la popolazione, poiché è più probabile che gli individui ereditino lo stesso gene mutato da entrambi i genitori. L’esito inevitabile è una scarsa variabilità genetica, che conduce a un accumulo di mutazioni e alla fissazione di geni deleteri, in genere associati a caratteri fenotipici svantaggiosi, con conseguenze negative per la sopravvivenza della specie. Insomma, con minore variabilità genetica i nuovi nati hanno un rischio maggiore di ricevere da entrambi i genitori alcuni alleli recessivi, che in condizione di eterozigosi o di maggiore variabilità rimarrebbero silenti grazie al bilanciamento fornito dai geni dominanti. I figli nati da un incrocio tra consanguinei rischiano pertanto di avere un maggior numero di anomalie congenite, che sono potenzialmente causa di malattie e malformazioni manifestate nei caratteri legati alla fitness dell’individuo, cioè nelle capacità di sopravvivenza e riproduzione. Risultato: la specie si avvia in caduta libera verso l’estinzione. Nel caso della vaquita, però, ci potrebbe essere un risvolto inatteso, che regalerebbe ancora una speranza alla specie, come si legge sulle pagine di Science, dove sono stati pubblicati i risultati dello studio.

L’ingrediente nascosto

Il segreto starebbe proprio nel numero: la popolazione delle vaquitas è sempre stata piuttosto esigua, confinata in uno spazio ristretto. Anche 250.000 anni fa la specie non superava le 5.000 unità. Contrariamente a quanto detto finora, questo elemento potrebbe giocare a loro vantaggio.

«La vaquita è essenzialmente l’equivalente marino di una specie insulare – spiega Jacqueline Robinson, prima autrice dell’articolo – La scarsa abbondanza naturale ha permesso nel tempo di eliminare le varianti genetiche recessive deleterie, che avrebbero potuto influire negativamente sulla salute degli animali in caso di consanguineità». Il basso numero di mutazioni negative ha portato quindi gli individui a essere meglio predisposti a sopravvivere alla depressione da inbreeding, elemento che fa ben sperare per il recupero generale della specie. Per arrivare a questi risultati, i ricercatori hanno analizzato i genomi di 20 vaquitas vissute tra il 1985 e il 2017, aggiungendo a questi studi anche simulazioni computazionali allo scopo di valutare il rischio di estinzione della specie nei prossimi 50 anni. In effetti, tra le dodici specie di mammiferi marini analizzate geneticamente dai ricercatori, le vaquitas avevano il minor numero di mutazioni dannose.

«La diversità genetica delle vaquitas – continua Robinson – non è così bassa da costituire una minaccia per la loro sopravvivenza, ma riflette semplicemente la loro naturale rarità». Nel Golfo della California, intanto, i ricercatori sono riusciti ad avvistare anche alcuni piccoli, a conferma che gli individui sopravvissuti si riproducono attivamente e sono in buona salute. Ma le reti da posta dei bracconieri continuano a rappresentare per loro una minaccia esistenziale, che rischia di farci perdere una specie unica, simbolo della straordinaria biodiversità del nostro pianeta.

Info

“The critically endangered vaquita is not doomed to extinction by inbreeding depression”, Robinson et al. Science, vol 376, issue 6593, pp.635-639

Podcast

Ascolta l’audio dell’articolo
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