Strasburgo, 29 aprile 2026 – Le conseguenze della guerra in Iran rischiano di pesare sull’Europa “per mesi o addirittura anni”, trasformando la crisi energetica in un nuovo test di sicurezza economica per l’Unione europea. È questo l’avvertimento lanciato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento alla plenaria del Parlamento europeo di oggi dedicato alla crisi in corso in Medio Oriente e alle sue implicazioni sui prezzi dell’energia e la disponibilità di fertilizzanti.
Intervenendo alla plenaria del Parlamento europeo, la presidente della Commissione europea ha indicato nella riduzione della dipendenza dai combustibili fossili importati e nell’accelerazione dell’elettrificazione la risposta strutturale dell’UE alla seconda grande crisi energetica in quattro anni. “La lezione dovrebbe essere chiara a tutti: in un mondo turbolento come il nostro, non possiamo assolutamente dipendere eccessivamente dalle importazioni di energia”, ha affermato von der Leyen. La leader europea ha quantificato il costo immediato della crisi spiegando che, “in soli 60 giorni di conflitto, la nostra spesa per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro, senza una singola molecola di energia aggiuntiva”.
Il conflitto tra Stati Uniti e Iran dimostra la continua e forte dipendenza dell’UE dai combustibili fossili esteri, una dipendenza che si è intensificata con la necessità di trovare alternative al gas russo dopo il 2022. L’invasione russa dell’Ucraina ha di fatto portato l’UE a spostare la propria dipendenza verso il gas naturale liquefatto (GNL), con gli Stati Uniti che hanno fornito il 58% delle forniture totali di GNL dell’UE nel 2025.
La ricetta Ue per affrontare la crisi
Per von der Leyen, la direzione da seguire è “ovvia”: l’Europa deve ridurre la propria esposizione ai combustibili fossili importati e rafforzare la produzione interna di energia pulita, accessibile e a prezzi contenuti, “dalle energie rinnovabili al nucleare, nel pieno rispetto della neutralità tecnologica”.
La presidente della Commissione ha citato il caso della Svezia per mostrare come un mix energetico fondato su fonti rinnovabili e nucleare attenui l’impatto degli shock sui prezzi. “È così che ci proteggiamo dagli shock futuri, ed è questa la strada verso un’Europa indipendente”, ha dichiarato.
La Commissione esclude però una risposta uniforme per tutti gli Stati membri, perché ogni Paese dispone di un mix energetico diverso. Per questo Bruxelles ha presentato la scorsa settimana il piano Accelerate EU, una serie di misure da combinare in modo differente nelle varie parti dell’Unione. Il primo asse riguarda il coordinamento europeo. Von der Leyen ha ricordato che all’inizio della crisi energetica del 2022 gli Stati membri erano entrati in competizione sui mercati del gas, contribuendo all’aumento dei prezzi. Questa volta, secondo la presidente, l’UE vuole rafforzare il coordinamento non solo sul riempimento degli stoccaggi nazionali di gas, ma anche sulle riserve di carburante, in particolare jet fuel e gasolio, “i cui mercati sono in contrazione”.
“Possiamo essere molto più efficaci se coordiniamo il rilascio delle scorte di petrolio e ci assicuriamo che le raffinerie possano aumentare la produzione in tutta l’Unione – ha affermato von der Leyen –. Insieme, abbiamo un enorme potere di mercato e una grande forza industriale, mettiamoli al servizio di tutti gli europei”.
Il secondo asse indicato da von der Leyen riguarda la tutela di consumatori e imprese. La presidente della Commissione ha insistito sulla necessità di evitare misure generalizzate, che nella crisi precedente hanno pesato sui bilanci pubblici senza concentrare le risorse sui soggetti più esposti. “Durante la scorsa crisi, solo un quarto degli aiuti di emergenza è stato destinato alle famiglie e alle imprese vulnerabili”, ha ricordato von der Leyen, aggiungendo che “oltre 350 miliardi di euro sono stati spesi in misure non mirate”. Per la Commissione, il sostegno dovrà quindi essere temporaneo, mirato e costruito in modo da non alimentare nuova domanda di gas e petrolio.
Il terzo asse riguarda invece la riduzione della domanda attraverso efficienza energetica, elettrificazione e diffusione più rapida delle tecnologie digitali. Von der Leyen ha rivendicato i progressi compiuti dopo il 2022, spiegando che allora il gas determinava i prezzi dell’elettricità per il 70% del tempo, mentre oggi questa quota è scesa al 30%. Questo ha permesso, secondo la Commissione, di evitare aumenti dei prezzi paragonabili a quelli della crisi precedente.
La presidente ha però sottolineato che l’elettricità rappresenta ancora meno di un quarto del consumo finale di energia dell’UE, una quota inferiore a quella di Stati Uniti e Cina. “Un continente come il nostro, con risorse limitate di combustibili fossili, dovrebbe essere all’avanguardia nell’elettrificazione mondiale”, ha dichiarato. Per questo Bruxelles intende presentare entro l’estate un Piano d’azione per l’elettrificazione, con un nuovo obiettivo ambizioso.
Von der Leyen ha collegato questo percorso anche al Pacchetto Reti proposto dalla Commissione lo scorso dicembre, pensato per adattare le infrastrutture energetiche europee all’era dell’elettrificazione. Nel bilancio europeo attuale, ha ricordato, sono stati stanziati quasi 300 miliardi di euro per l’energia, di cui 95 miliardi ancora disponibili. “Utilizziamoli per realizzare la transizione all’elettricità, non solo nei trasporti, ma anche nell’industria e nel riscaldamento”, ha affermato.
Una crisi di lungo periodo
Le parole di von der Leyen giungono mentre prosegue lo stallo tra Stati Uniti e Iran per trovare un accordo sullo sblocco dello Stretto di Hormuz chiuso ormai da due mesi. Secondo quanto riportato il 28 aprile dal quotidiano statunitense The Wall Street Journal, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha incaricato i suoi collaboratori di prepararsi a un blocco prolungato dell’Iran, una strategia volta a strangolare l’economia di Teheran limitando il traffico marittimo da e verso i suoi porti. Tale approccio rischia di interrompere ulteriormente i flussi di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz, tramite il quale transita un quarto del commercio globale di petrolio e ingenti quantitativi di gas naturale e fertilizzanti.
Nel 2024, fino al 30% del commercio globale di fertilizzanti è transitato attraverso lo Stretto di Hormuz, dal Golfo Persico verso i mercati di esportazione di tutto il mondo, così come circa il 20% del gas naturale liquefatto (GNL), una materia prima fondamentale per i fertilizzanti, e il 27% del petrolio commercializzato a livello globale.
Solamente per il Gas naturale liquefatto, la chiusura dello stretto ha inciso su oltre 10 miliardi di piedi cubi al giorno (Bcf/d) di forniture globali di GNL, pari a circa il 20%, provenienti principalmente dall’impianto di esportazione di Ras Laffan in Qatar.
Secondo i dati di Kpler, non risulta che navi metaniere cariche abbiano attraversato lo stretto tra il 1° marzo e il 24 aprile. In base ai dati dell’Agenzia europea per la cooperazione tra gli enti regolatori dell’energia (ACER), nell’inverno 2025/2026 il Qatar ha fornito circa il 7% del GNL importato dall’UE, equivalente a circa il 4% delle importazioni complessive di gas dell’Unione nello stesso periodo.
Per quanto riguarda i fertilizzanti, secondo stime della Banca mondiale, i prezzi aumenteranno del 31% nel 2026, a causa di un balzo del 60% del prezzo dell’urea ampiamente utilizzata come fonte di azoto. L’accessibilità economica dei fertilizzanti raggiungerà il livello peggiore dal 2022, erodendo i redditi degli agricoltori e minacciando i futuri raccolti.