La scienza cerca di vedere chiaro, la letteratura cerca invece il senso del mistero. Sono queste le opposizioni da conciliare per il fondatore del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna
Dal mensile – Il poeta Davide Rondoni ha recentemente pubblicato un saggio narrativo dal titolo Cos’è la natura? Chiedetelo ai poeti, in cui emerge quel sistema di sponde grazie al quale la “palla” dell’attenzione al pianeta trova nei versi dei grandi compositori, antichi e moderni, un’utile chiave di lettura per non smarrirsi nella bellezza. Si sa, infatti, che il bello “creaturale” può trovare nel bello “stilistico” della poesia un elisir inebriante.
La tentazione non sfugge a Rondoni, autore, tra gli altri, della raccolta Apocalisse amore. Nato a Forlì nel 1964, fondatore e direttore del Centro di poesia contemporanea, Rondoni scrive che “per vivere al giusto livello la ‘esperienza’ occorre sapere che la natura non è uno scenario, né una madre trascendente, ma una co-protagonista della nostra vita”. Questo passaggio è il primo passo per liberarsi da inutili verticismi, che Rondoni acuisce sottolineando come “di recente si assiste a una sorta di nuova idolatria del pianeta. È un altro modo di disabitare il paradosso” della natura terribile ma generatrice.
Lei scrive citando Eraclito: la natura ama nascondersi e così giustifica l’inseguimento che ne fanno i poeti. Penso a Camillo Sbarbaro, che ha cercato un rispecchiamento concreto in essa attraverso lo studio dei licheni (vedi Nuova Ecologia di marzo, ndr). Mai come nel suo caso più che un inseguimento si è trattato di un viaggio fianco a fianco.
Proprio chi è più prossimo alla natura e ai suoi fenomeni come Sbarbaro, che non a caso scriveva poesie, sente tutta la misteriosità e anche lo sfuggire del fenomeno e della sua verità. Alla pura misurazione scientifica quindi la natura ama nascondersi, non perché non si possa cercare ma perché è sempre oltre alle apparenze ed è sempre oltre a quello che noi pensiamo di poter possedere di lei.
Poesia, scienza e in mezzo la natura. A proposito di “accoppiamenti illegali”, come li chiama lei, chi ha più bisogno di chi? E chi può fare a meno di chi?
Gli accoppiamenti illegali di cui parlo, citando un saggio del ’500, sono le metafore che i poeti inventano nel loro cuore, nella loro mente e nella loro anima, mettendo insieme appunto cose che apparentemente potrebbero non avere punti in comune. Lo facciamo tutti nel linguaggio corrente, a volte. Nella letteratura avviene più frequentemente, pensate a “Paolo e Francesca che volano come gru”. Sono questi gli accoppiamenti illegali, cose che non chiedono permesso alle leggi della natura per esistere. Ed esistono, talvolta si fissano come mito e come realtà per l’anima nel cuore dei lettori o di chi li incrocia. Sono parte della realtà anch’essi, inutile negarlo.
“Così impotente la nostra saggezza / Al cospetto della sua chiarezza”, versi di Emily Dickinson, e “La cosa più bella della vita è il suo lato misterioso”, una massima di Einstein. Ancora una volta poesia e scienza s’inseguono lungo una strada nebbiosa. Sostenibilità contro intelligenza artificiale, mangiare sano contro vaccini: mai come oggi sentiamo l’esigenza di vedere chiaro e il bisogno di accettare il mistero.
Proprio il fatto che non c’è un’antinomia, un’opposizione tra il vedere chiaro e il senso del mistero, come mostra la frase di Einstein, ci sono delle opposizioni che bisogna conciliare. Soprattutto non bisogna negare il cercare di vedere chiaro, studiando i fenomeni, e bisogna accettare il mistero come ci ricordano sempre la poesia e la letteratura. Scegliere di cercare solo una cosa non è mai un indizio di intelligenza vera.