Roma, 23 febbraio 2026 – Donald Trump tira dritto sui dazi, ma il mercato vede soprattutto incertezza. Da mezzanotte scattano i dazi al 15% decisi dal presidente Usa per sostituire quelli bocciati dalla Corte Suprema. La linea durissima: i Paesi che proveranno ad “approfittare” della sentenza dei giudici si troveranno davanti tariffe ancora più alte. Ma proprio questa postura, più che chiarire, aumenta la confusione. Il messaggio politico è netto, il quadro operativo molto meno: e infatti l’incertezza torna a pesare sui mercati. Sul fronte europeo, però, la reazione si è giocata soprattutto su una parola: certezza. Nel primo confronto con Washington, avvenuto al G7 in videoconferenza, Bruxelles si è presentata compatta con una richiesta precisa: restituire stabilità e certezza giuridica alle imprese, logorate da annunci e contro-annunci.

I 150 GIORNI
Il punto è tutto qui: i dazi entrano in vigore, ma il sistema che li sostiene appare ancora transitorio. Le imprese devono fare i conti con un’aliquota certa oggi, senza sapere davvero quale sarà la cornice tra pochi mesi. Le nuove tariffe al 15% hanno infatti un orizzonte limitato: resteranno in vigore per 150 giorni, fino alla fine di luglio, perché si basano sulla Section 122 del Trade Act del ’74. È la soluzione-ponte trovata dall’amministrazione dopo lo stop della Corte Suprema all’impianto precedente. Il problema arriverà dopo. Se Trump vorrà prorogare o consolidare questo livello tariffario, dovrà passare dal Congresso. E qui la strada si complica. I dem hanno già annunciato battaglia. Ma non c’è solo l’opposizione: anche tra i repubblicani, in pieno anno elettorale, l’idea di intestarsi una nuova stagione di dazi permanenti non entusiasma. Le elezioni di midterm sono a novembre e il nodo è politicamente sensibile: molti conservatori sanno che le tariffe non piacciono agli americani, soprattutto perché associate all’aumento dei prezzi.
LE NUOVE ARMI LEGALI
A Washington è già partita la corsa alla “nuova architettura” dei dazi. Sul tavolo ci sono più strumenti: la Section 232, già utilizzata per auto, acciaio e rame in nome della sicurezza nazionale; la Section 301, che consente tariffe dopo indagini su pratiche sleali; e persino la Section 338 del Tariff Act del 1930, che permette dazi contro Paesi considerati discriminatori verso gli Usa. Ma trovare una strada rapida e giuridicamente solida non sarà semplice. Anche perché il dazio globale al 15%, secondo molti osservatori, rischia di alleggerire la pressione su Paesi che prima erano colpiti molto più duramente, come Cina, India e Brasile. Da qui anche il tono minaccioso di Trump contro chi volesse “fare giochetti” con la sentenza della Corte.
IL CONTO DEI DAZI
A rendere più fragile la narrativa della Casa Bianca c’è anche il dato economico: secondo uno studio della Fed, il 90% del peso dei dazi è ricaduto su aziende e consumatori statunitensi. È un numero che entra direttamente nel dibattito politico interno, perché smonta la promessa di una protezione “senza costi” per l’economia americana.
L’EUROPA AL G7
Il capo negoziatore europeo Maros Sefcovic ha ribadito che il “pieno rispetto” dell’accordo Ue-Usa è fondamentale. Jamieson Greer, rappresentante al Commercio degli Stati Uniti, ha reagito parlando della volontà di agire rapidamente per evitare nuove incertezze, lasciando intendere che Washington sta lavorando anche a un possibile cambio di base giuridica per non aggravare il conto sull’Europa. Il Ministro Antonio Tajani ha letto le parole arrivate da Washington come l’avvio di una “fase di dialogo costruttivo”, utile a evitare guerre commerciali che “non servono a nessuno”.
UE: RATIFICA CONGELATA
Se la Commissione mantiene il canale negoziale, il Parlamento europeo ha scelto una linea di cautela più rigida. L’intesa di luglio sull’aliquota al 15% resta congelata almeno fino all’11 marzo. Il motivo è chiaro: prima di ratificare, Bruxelles vuole capire esattamente quale sarà il perimetro giuridico dei dazi americani e soprattutto come Washington intenda rispettare gli impegni presi. La preoccupazione centrale è evitare che al 15% si sommi anche la clausola della nazione più favorita, pari al 4,7%, trasformando il tetto concordato in una stangata ulteriore per le imprese europee. Per questo il messaggio di Sefcovic agli eurodeputati e agli ambasciatori dei Ventisette è stato molto netto: Ue e Usa dicono entrambe di voler onorare l’intesa, ma il vero nodo è come.