Delitto di Garlasco, caccia alle streghe: per creare un colpevole non basta la suggestione

Roma, 30 maggio 2026 – Ogni epoca ha avuto il suo rogo. Una volta si accendeva nelle piazze, davanti alla folla. Oggi, l’inchiesta sul delitto di Garlasco, lo fa bruciare sui social, nei comunicati stampa e nelle consulenze annunciate come se fossero sentenza. Con soldi pubblici spesi per inseguire piste che sembrano moltiplicarsi più velocemente delle certezze.

Ai tempi della caccia alle streghe il meccanismo era sempre lo stesso: prima si costruiva il sospetto, poi si cercavano i segni. Sul corpo e nei comportamenti. Serviva una prova, certo. Ma serviva soprattutto una storia che rendesse quella prova coerente con la strega scelta in partenza. Per questo il parallelo con Garlasco diventa ogni giorno più inquietante. Cosa continua a cercare la Procura di Pavia dopo la chiusura delle indagini? Solitamente, quando si notifica il 415bis cpp, il messaggio è semplice: l’impianto accusatorio è pronto a sostenere il confronto del dibattimento. Se però subito dopo la stessa Procura annuncia una consulenza psichiatrica e lo fa perfino con un comunicato, il messaggio è che si stia ancora cercando una chiave interpretativa capace di trasformare un soggetto incensurato, senza uno storico criminale e senza una storia psichiatrica, in un profilo finalmente compatibile con l’accusa.

Una consulenza psichiatrica non è una macchina del tempo e non può dunque riesumare la forma mentis dell’indagato nel 2007. Può descrivere il presente. Può osservare il funzionamento psicologico attuale. Può formulare ipotesi. Ma non può trasformare quest’ultime in una prova sanguinaria. Andrea Sempio per quasi due decenni, ha vissuto alla luce del sole senza conoscere escalation criminale né comportamenti che, col senno di poi, permettano di dire “I segnali c’erano”. Sicuramente soliloqui e bigliettini lasciati qua e là visti da fuori possono apparire eccentrici e a tratti perfino disturbanti. Ma da quando l’eccentricità è una prova? La storia è piena di individui che parlavano da soli, scrivevano compulsivamente, annotavano pensieri, costruivano mondi interiori complessi. Alcuni erano artisti. Altri studiosi. Altri semplicemente persone abituate a dialogare con se stesse.

Dunque, ogni epoca ha avuto il suo tribunale emotivo. Oggi non serve neppure più una piazza, basta un algoritmo. Non serve più una torcia, basta una notifica. E non serve nemmeno una condanna: basta un sospetto ripetuto abbastanza a lungo da sembrare verità. Per questo, se si cerca davvero giustizia per Chiara Poggi, bisogna sottrarre l’indagine alla liturgia delle suggestioni. Perché quando un uomo diventa il contenitore di tutte le aspettative di colpevolezza siamo davanti a un rito collettivo di espiazione.