Roma, 26 agosto 2026 – I giochi sono fatti. L’Italia formalizza la richiesta a Bruxelles per 8,9 miliardi di euro dal fondo europeo Safe sui 14,9 totali a disposizione, lasciandone sul piatto 6. La Commissione incassa e si prepara ad accendere il semaforo verde entro settembre: con la lista dei progetti scatterà un anticipo immediato del 15%. Ma dietro la burocrazia comunitaria si snoda una trama ad alta tensione che intreccia riarmo, aiuti a Kiev e la caccia alle coperture per la legge di bilancio.
Il vicepremier forzista Antonio Tajani lancia l’esca politica motivando così lo ’sconto’ sui fondi: “Abbiamo chiesto meno per investire di più in sanità e welfare”. Una narrazione seducente, che si scontra però con i rigidi paletti di Bruxelles: le regole Ue vietano di dirottare quegli stanziamenti sulla spesa sociale. A stretto giro – per rintuzzare l’accusa dell’opposizione di “buttare i soldi in armi invece che in letti d’ospedale” – è il responsabile economico di FdI, Marco Osnato, a ripristinare la realtà tecnica: “È una ricostruzione falsa. Il Safe eroga prestiti specifici per la Difesa, non stornabili”.
La geometria dell’accordo, in sintesi, è un puro gioco di sponde contabili. Utilizzando il credito agevolato per finanziare piani militari già in cantiere, il governo evita di intaccare le casse dello Stato. Un passaggio chiave per liberare i margini finanziari necessari a varare una manovra vicina ai 40 miliardi chiesti da Salvini. È proprio questa fame di liquidità ad aver piegato le resistenze di via Bellerio. Il senatore leghista Claudio Borghi capitola, ma a malincuore: “Ho fatto il possibile in Parlamento. Se la premier decide di andare avanti, si assuma le responsabilità”.
Intanto l’opposizione va all’attacco con Avs, che reclama a gran voce un nuovo passaggio in Aula per discutere l’adesione al fondo. Richiesta respinta al mittente dal Mef: la risoluzione parlamentare approvata il 5 agosto basta e avanza, non ci sarà nessun nuovo dibattito. Eppure, se la Lega cede per ragion di Stato, l’umore resta nero alla Difesa. Dal dicastero di Guido Crosetto fanno notare con amarezza che l’intesa europea non porterà in dote un solo euro fresco: servirà unicamente a saldare spese già previste, inchiodando di fatto il comparto ai bilanci del 2022.
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Se sul fronte europeo regge la tregua armata, la vera trincea si sposta sul tredicesimo pacchetto di aiuti a Kiev, che Crosetto illustrerà al Copasir sotto vincolo di segretezza prima del varo. Da un lato divampa il fuoco amico a destra. Futuro Nazionale apre le ostilità con Davide Bergamini sui rincari logistici: “Svuotare i magazzini per poi ricomprare armi a prezzi maggiorati è un doppio costo per gli italiani”.
Incalzato dall’ingombrante concorrenza dell’ex generale, il Carroccio marca il territorio con Borghi: “Vigileremo sul decreto. Se ci saranno altre armi, la Lega non è d’accordo e i nostri al governo lo faranno sapere”. Dall’altro lato continua il martellamento del centrosinistra, che accusa l’esecutivo di sottrarre risorse al welfare per forzare nuovi invii. Un vero e proprio accerchiamento incrociato che fa saltare i nervi al titolare della Difesa, che liquida le polemiche bollandole come figlie di un dibattito dettato “dalla volontà di polemizzare a ogni costo oppure da logiche più complesse, opache e pericolose”. Crosetto smonta poi pezzo per pezzo lo spettro di un decreto ombra già blindato: “Chiedono conto, con toni ultimativi e apodittici, di un atto che ad oggi non esiste in natura. Quest’anno nessuna forma di aiuti è stata ancora formalizzata”. Poi, rivendicata come “scelta di buonsenso” la disponibilità a fornire a Kiev tecnologie antiaeree in sinergia con francesi e inglesi, piazza l’affondo finale: “Mi colpisce che si parli in modo ideologico di aiuti all’Ucraina con tanto livore, e mi stupisce ancora di più che non si sia compresa la gravità della situazione in corso”. Tra armi, Ucraina e vincoli di bilancio, l’autunno per la maggioranza è già iniziato.