Ennesima strage di cetacei alle Far Øer

SEA SHEPERD

Nell’arcipelago nord europeo, a pochi giorni dalla mattanza di 1.500 delfini, sono state uccise altre 52 balene pilota. In nome di una tradizione che fa discutere

di EDOARDO COLLARINI

Il rumore del mare, il vociare degli uomini intervallato dalle risate dei bambini, l’acqua rossa di sangue che bagna i corpi senza vita di centinaia di animali. Sono immagini crude quelle della mattanza avvenuta il 12 settembre nelle isole Far Øer, fotogrammi tanto difficili da guardare quanto da descrivere: 1.428 delfini leucopleuri spinti a riva e uccisi in poche ore. Mai così tanti in una volta sola. Pochi giorni dopo, a pochi km di distanza, la stessa sorte è toccata a 52 balene pilota, delfini di grandi dimensioni che possono raggiungere i 6 metri di lunghezza. Numeri impressionanti ma che non bastano a raccontare fino in fondo la cruda realtà della grindadráp, una tradizione vecchia di secoli per i faroesi.

Nelle Isole Far Øer, arcipelago situato a nord della Gran Bretagna, sono 23 le spiagge “designate” alla mattanza, ed è lo stesso governo a dare una stima degli animali coinvolti: sono circa 600 le balene pilota uccise in media ogni anno, a cui si bisogna aggiungere decine di delfini leucopleuri e cetacei di altre specie. Stime al ribasso, almeno secondo organizzazioni come Sea Shepherd. Gli abitanti dell’arcipelago sono in larga parte convinti che la tradizione vada difesa, la considerano un modo sostenibile di ottenere cibo e un aspetto fondamentale della loro identità culturale. Una tradizione che però è cambiata molto negli ultimi anni: le barche con cui gli animali oggi vengono spinti a riva sono infatti scafi a motore, le cui eliche spesso colpiscono i cetacei ferendoli gravemente. Vengono inoltre utilizzati coltelli speciali e tute in neoprene per proteggersi dal freddo delle acque oceaniche.

Pratiche di caccia ai cetacei praticamente identiche sono ancora consentite in Groenlandia, dove ad essere uccise sono prevalentemente le balene pilota, e in Giappone, dove nella baia di Taiji migliaia di delfini di specie diverse vengono uccisi durante la sanguinosa stagione di caccia che si tiene ogni anno, tra settembre e marzo, e che per i residenti rappresenta non tanto una tradizione ma una discutibile fonte di reddito. Nel caso della grindadráp non ci sono ragioni economiche: la carne e il grasso degli animali uccisi sono distribuiti fra tutti i membri della comunità che hanno preso parte alla caccia. Ed è proprio l’idea di distribuire il cibo fra i membri della comunità uno degli argomenti utilizzati dai faroesi per giustificare il perpetuarsi della loro tradizione, nonostante il consumo della carne e del grasso di questi animali non sia più così diffuso come in passato. Negli ultimi anni le autorità locali hanno anche raccomandato di non assumere carne di cetacei più di una volta al mese e di non mangiarne reni e fegato a causa delle alte dosi di mercurio, e altre sostanze nocive, presenti nella carne di questi animali.

C’è un ultimo aspetto da tenere in considerazione, che rende la tradizione delle Isole Far Øer – come altre simili ad altre latitudini – ancora più crudele, se possibile. Le balene pilota, i delfini atlantici e le altre specie di cetacei sono animali sociali, che vivono in gruppi formati da decine, se non centinaia, di individui. E sono proprio questi forti legami sociali a impedire ai membri di un gruppo di lasciare indietro gli animali feriti o uccisi. Un aspetto che contribuisce a rendere questi animali le prede ideali per i metodi di caccia utilizzati durante la grindadráp.

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