Solo qualche anno fa i social erano un passatempo. Oggi, invece, sono diventati il primo pensiero quando ci svegliamo e l’ultimo quando andiamo a dormire. Scrolliamo, guardiamo, giudichiamo, commentiamo e gli affidiamo la nostra identità con una fotografia. Ma, paragonata alle altre, quella fotografia non sempre ci piace: allora cancelliamo un’imperfezione, ci ritraiamo con il sorriso di una vita perfetta, parliamo della vita come se avessimo compreso tutto.
E siccome questi meccanismi portano cuori e follower continuiamo a perpetrarli. Il giudizio degli altri, inevitabilmente, diventa l’unico modo per guardarci e, spesso, la versione reale sparisce per lasciare spazio solo a quella virtuale.
In forma di commedia, il film Un’altra me, trasforma questa premessa in realtà. Il regista Luca Brignone e gli interpreti Margot Sikabonyi e Andrea Bosca, ospiti del vodcast Sedici Noni, hanno sviscerato proprio questo tema.
La storia è presto detta: Anna, una trentenne che fa molta fatica ad accettarsi, crea sui social LaBenni, una versione ideale di sé – brillante, sicura, affascinante – che acquista sempre più popolarità. All’improvviso prende vita e Anna si ritrova faccia a faccia con la versione perfetta di sé.
Sikabonyi riflette sul tema dicendo: “Questo mondo piano piano ci sta costringendo ad essere chi non siamo.” La perfezione è impossibile per l’essere umano, oltre che insostenibile, perché non siamo macchine ed è proprio lo sbaglio che ci insegna ad essere migliori. Sbagliare è fondamentale.
L’attrice si è dovuta cimentare in un doppio ruolo, chiamata a interpretare due personalità opposte, ma inseparabili: Anna, che chiede sempre scusa anche per il solo fatto di esistere, e LaBenni, così sicura di sé da sembrare infallibile. Due facce della stessa ferita. Brignone ha spiegato di aver cercato nel lavoro con l’attrice un legame tra la perfezione di una maschera e l’insicurezza che l’ha generata. LaBenni non è un nemico, ma una parte di sé che Anna deve comprendere. Il cuore del film sta nel mostrare che questi robot perfetti non lo sono affatto, perché manca il fattore umano, quello caldo, quello che non si vede, ma si legge tra le righe.
Interessanti sono i vari livelli di comunicazione che si sono adottati nel racconto: c’è sicuramente la parte digitale, il teatro che è diventato forse il più importante fulcro esperienziale e la letteratura con Cyrano de Bergerac. La finzione riconosciuta del palcoscenico si mescola alla finzione costruita e dichiarata come autentica del mondo digitale. Cyrano, invece, viene riletto in chiave femminile e stravolto, chiaro riferimento ad Anna che sta lasciando a LaBenni la possibilità di vivere la sua vita, così come nel testo teatrale Cyrano ha fatto con Cristiano.
Andrea Bosca cerca di dare una soluzione: ricercare la spontaneità e l’originalità. Sembrano cose scontate, ma in realtà sono una conquista che richiede di liberarsi dalle aspettative e dai giudizi, rivolti da altri o da noi stessi. E per farlo bisogna tornare alla relazione: incontrarsi, parlare, andare a teatro, toccarsi.
Un’altra me, dal 5 novembre in sala, distribuito da Altre storie, pone un quesito di non facile risposta: perché abbiamo cominciato a pensare che la nostra versione più autentica non sia abbastanza?