Roma, 14 ottobre 2026 – La (banale) porta di un frigorifero di un supermercato apre un mondo. Non solo di cibo e bevande, ma di affari sporchi. Una sorta di dark food. Ce ne si è resi conto, ancora, dopo gli attacchi hacker ai supermercati francesi in questi giorni. Un caso, non il primo, che fa tornare alla ribalta il concetto di sicurezza digitale e, pure, alimentare. Un rischio dilagante, difficile da arginare e che può colpire – finora di casi concreti non si è avuta notizia – anche l’Italia, Paese che alla voce ’largo consumo’ vale qualcosa come 133 miliardi rispetto ai 140 stimati per il mercato d’Oltralpe (fonte NielsenIQ).
Questa nuova frontiera della pirateria digitale – il caso che ha riguardato circa 500 supermercati, tra cui Carrefour, Intermarché, Leclerc può aver provocato danni per decine di milioni – fa riflettere. Perché è solo l’ultimo esempio di cyberattacchi al settore negli ultimi cinque anni dopo gli episodi in Svezia, Paesi Bassi, Regno Unito e Germania oltre che a Danfoss, il produttore danese di tecnologie per la refrigerazione commerciale e il controllo degli impianti, oggetto degli attacchi in Francia e già colpito nel 2022 in supermarket in Russia e Israele.
Insomma, una vulnerabilità evidente che colpisce qualsiasi business e prodotto che sia alimentare o tecnologico. Un tema che apre uno scenario finanziario oltre che di civiltà e di economia domestica. Perché se un esercizio commerciale è oggetto di atto vandalico di natura distruttiva è coperto contro questo genere di attacco, ma non è detto che le compagnie assicurative risarciscano in caso di attacchi della rete. Anche perché la tracciabilità non è scontata e l’esito di eventuali inchieste, come quella di Parigi, è tutto da vedere.
È l’effetto-domino della ’cyberinsicurezza’, che può trasformare un singolo dispositivo connesso in un problema per l’intera filiera. E l’Italia, pur investendo sempre di più in protezione digitale, non può considerarsi al riparo. “Pensiamo che la cybersecurity riguardi il computer. In realtà ci sono anche gli scaffali e gli impianti refrigeranti”, osserva Matteo Flora, professore in Fondamenti di Sicurezza delle AI e delle SuperIntelligenze all’European School of Economics e docente in Generative AI for Marketing alla Bicocca di Milano. “I device connessi ormai sono ovunque anche negli elettrodomestici: è difficile comprarne uno di ultima generazione che non sia connesso alla rete. E il perimetro da proteggere e da mettere in sicurezza si amplia. Perché, come visto in Francia, sempre più cose che ritenevamo non vulnerabili sono state attaccate”, con distruzione di valore della produzione. E se “un fornitore è compromesso, il danno può propagarsi ai clienti. Se si forma un nodo logistico, le conseguenze possono raggiungere più aziende”, aggiunge Flora.
Ma qual è lo stato di salute cyber della gdo in Italia e quali investimenti vengono fatti? Dall’ultimo report di Zenita Group, big del mercato della sicurezza, le vittime globali nel retail censite sono salite da 54 nel 2020 a 148 nel 2024 (+174%). In termini di investimenti, la cyberdifesa vale 2,12 miliardi nel 2025 secondo Zenita dei quali 174 milioni per il comparto grande distribuzione in particolare in termini di protezione dei dati dei clienti (42%) e della fornitura (28%). “L’Italia è vulnerabile quanto gli altri mercati: dipende da come le singole aziende impostano la sicurezza”, ragiona Flora. E se il Csirt Italia dell’Agenzia per la cybersicurezza è attivo in fatto di alert non è così facile difendersi. “Se i grandi sono messi così, bisogna chiedersi in che condizioni siano i piccoli imprenditori”.
La AI accelera e migliora questi attacchi inattesi e rende automatizzabili attacchi che prima richiedevano più tempo e lavoro umano. La prevenzione deve quindi includere anche gli apparati industriali: aggiornare i software, limitare gli accessi remoti e separare le reti operative da quelle aziendali. Perché il rischio non è solo di perdere dati: è di fermare una macchina o un servizio da cui dipendono altri.