Fukushima 10 anni dopo, ritorno a casa

Nonostante il via libera del governo, nella vecchia zona proibita le abitazioni restano vuote e i terreni abbandonati. Non c’è nessuno in giro. Tranne chi non ha più nulla da perdere

di Pio D’Emilia

“Quello che più mi fa arrabbiare è che la gente pensa davvero sia tutto finito, che tutto sia stato risolto, o comunque, come diceva sempre il nostro ex premier Abe, che sia under control, sotto controllo. Ecco, dai un’occhiata in giro. Ti sembra tutto sotto controllo?”. No, non mi sembra.

Nonostante il governo abbia stabilito da tempo che qui si può tornare a vivere, le case sono vuote, i terreni abbandonati e in giro non c’è nessuno. Nella vecchia zona proibita, l’anello di 20 km che le autorità avevano fatto evacuare all’indomani dell’incidente, si può transitare di giorno, si può anche lavorare, ma la sera nessuno si ferma. «Sono tornati solo i vecchietti come me, quelli che si sono rassegnati, che non hanno più nulla da fare, che già all’epoca non volevano andarsene e che non vedono l’ora di morire. Ma dove sono nati. Non soli e abbandonati, chissà dove, come sta succedendo a molti». Toshikazu Yoshida, 64 anni, energia da vendere, non dà certo l’impressione di essere in fin di vita. Tutt’altro. Mi aspetta sulla soglia della sua casetta a Namie, uno dei villaggi maggiormente devastati dalla tripla catastrofe di dieci anni fa: terremoto, tsunami, incidente nucleare. Lui all’epoca lavorava per la Tepco, la società che gestisce le centrali di Fukushima (e altre, in diverse zone del Giappone). Faceva l’autista. Lo incontrammo una sera, in piena emergenza nucleare, mentre stava tornando a casa dopo il solito massacrante turno di lavoro. Si offrì di darci un passaggio, e strada facendo ci raccontò un sacco di cose. Voci, indiscrezioni, racconti riferiti da altri. Ma che poi, col passare del tempo, si sono rivelati veri. Come la storia del sotegai, il mantra della cosiddetta imprevedibilità, suggerito fin dall’inizio dalla Tepco, ripetuto dal governo e amplificato dai media. Tutta colpa dello tsunami, dicevano, impossibile prevedere un’ondata anomala di 31 metri, o anche solo di 14, come quella che aveva colpito la centrale. “Macchè tsunami – diceva Yoshida – il primo blackout, quello che ha interrotto il raffreddamento causando il meltdown è stato provocato dal terremoto, che ha fatto cadere un paio di piloni dell’alta tensione». Altro che imprevedibile, in un Paese come il Giappone. La verità – oggi assodata – raccontata in un pick up da un autista stravolto dalla fatica, mentre tutti gli altri mentivano.

Sono passati dieci anni. Davanti al cancello di Yoshida c’è un muretto con una scritta: “Tornare o non tornare, questo il problema”. Fanno anche dell’ironia, i locali, ormai divisi fra rassegnati e furiosi, “venduti” (nel senso che hanno preso i soldi del governo e della Tepco, trasferendosi per sempre altrove) e irriducibili. Come appunto Yoshida, che in pensione e rimasto vedovo continua a venire ogni settimana per mettere a posto, sistemare il giardino, controllare che non ci siano ulteriori danni. «Mi hanno offerto molti soldi per andarmene, per vendere il terreno e buttar giù la casa. Molti l’hanno fatto, e li capisco. Questa è una terra morta, non risorgerà mai. Altro che le Olimpiadi, che dovevano servire per la ricostruzione. I giovani fanno bene a non tornare. Ma per noi vecchi è diverso, io ho già un tumore. Ce l’avevo anche prima dell’incidente, ma certo tutte queste radiazioni e questo stress non mi hanno fatto bene. So che morirò presto, ma voglio farlo qui, a casa mia. Non voglio neanche andare in ospedale. Voglio morire a casa».

Anche Masami Yoshizawa è a “casa sua”. Al momento dell’incidente si era appena trasferito in campagna e assieme a un socio aveva preso in gestione un allevamento di mucche. È ancora qui. Protagonista di una battaglia senza esclusione di colpi, che l’ha visto entrare e uscire di prigione e dalle aule di tribunale, ma alla fine l’ha spuntata. Non solo è riuscito a proteggere le sue mucche (oltre duecento, le chiama per nome una per una) ma grazie a un notevole e sempre più organizzato network di sostenitori il suo allevamento è diventato una sorta di agriturismo antinucleare, dove si tengono eventi, seminari, stage di “consapevolezza ecologica”.

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