Giusto mostrare l’esecuzione. Solo così gli americani faranno i conti con la loro barbarie

Roma, 9 ottobre 2026 – Il segretario della Difesa, Pete Hegseth, ha dato ordine che il condannato a morte Nidal Hasan venga ucciso il 3 dicembre da un plotone di esecuzione, e che l’atto fatale sia trasmesso in streaming e disponibile agli sguardi di tutti, perché “la gente deve capire che ci sono conseguenze per questo tipo di cose”. Per “questo tipo di cose” intende l’uccisione di 13 soldati nella base di Fort Hood, in Texas, gridando “Allahu Akhbar”, al culmine di un percorso di radicalizzazione online istigato dall’imam yemenita Anwar al Awlaki, il più importante reclutatore a distanza di una generazione di attentatori jihadisti.

epa02110352 A Bell County Sheriff hand out picture of Maj. Nidal Hasan, on 09 April 2010 is a booking mug of the Army psychiatrist charged in the deadly Fort Hood shooting, shown in a Bell County Jail booking photo. He was transferred early Friday from a San Antonio military hospital to the jail near the Army post. EPA/BELL COUNTY SHERIFF OFFICE HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Hasan è un medico e militare arabo-americano figlio di immigrati palestinesi, e perciò non è difficile capire perché a questo terrorista interno l’amministrazione voglia riservare un trattamento punitivo del tutto particolare, esibendo la pena capitale in pubblico per la prima volta dal 1937. Il fatto è che la decisione di Hegseth è giusta, anche se per l’opposto delle ragioni che lui adduce. L’amministrazione più muscolare e spaccona della storia recente vuole mostrare ancora il volto inflessibile e la pervicacia calvinista nel punire i malvagi, facendo del dolore e della morte uno spettacolo che finisce per essere simile a quello offerto da regimi oppressivi come l’Iran e l’Afghanistan, come ha osservato anche il senatore repubblicano Thom Tillis, favorevole alla pena di morte ma disgustato dalla decisione del Pentagono. La punizione esemplare del nemico, proposta come un macabro Super Bowl alle famiglie riunite in salotto, è un vertice della mentalità vendicativa trumpiana, uno che quando si è trovato a litigare con Leone XVI via social il primo insulto che gli è venuto è che “debole sul crimine”, come se si stesse rivolgendo a uno sceriffo. Non c’è offesa peggiore della debolezza nel punire, salvo che non si tratti degli assaltatori di Capitol Hill, convertiti chissà come nel ruolo di ostaggi e perciò graziati in massa.

Ma forse, per paradosso, esibire l’oscenità è un modo per allontanarla, generando in chi assiste alla barbarie sancita dallo stato quel disgusto morale che non si prova quando la glaciale realtà della violenza non si vede. L’America ha stabilito un rapporto particolare con la pena di morte, che è sostenuta, con percentuali leggermente oscillanti, da circa metà della popolazione (il favore è nettamente più alto fra i repubblicani che fra i democratici). Il ricorso alla pena capitale è generalmente sceso negli ultimi decenni, di pari passo con il calo dei crimini violenti, ma nel frattempo anche le esecuzioni sono radicalmente cambiate, diventando atti nascosti e il più possibile rimossi e sanificati. All’inizio degli anni Ottanta è stata introdotta l’iniezione letale come metodo privilegiato rispetto al plotone d’esecuzione e alla sedia elettrica.

La ragione dichiarata era che si trattava di un modo più umano, compassionevole e indolore di trattare i condannati (le cronache dell’iniezione che non ha ucciso Christa Pike in Tennessee mettono molti dubbi anche su queste premesse) ma l’effetto netto è stata la trasformazione del più grave e violento atto che esista – togliere la vita a una persona – in una pulita procedura sanitaria amministrata da professionisti in camice, che vegliano serafici sulla dolce caduta del paziente-condannato in un sonno definitivo (quando le cose vanno secondo i piani). Nella percezione pubblica si è persa così la dimensione più cruda e violenta dell’atto in sé. Phil Donahue, gigantesca personalità televisiva americana, negli anni Novanta ha fatto una vibrante e paradossale campagna perché venissero mostrare le esecuzioni capitali in televisione. Era convinto che mostrare al pubblico senza filtri la verità della pena di morte avrebbe convinto molti che si trattava di un atto barbaro da abolire, non di una pratica di giustizia. Hegseth è convinto che uccidere in streaming Nidal Hasan esalterà il popolo assetato di giustizia; ma l’insopportabile verità dell’uccisione di un essere umano, consumata in rete, rischia di generare l’effetto opposto.