Il ritorno di Di Pietro: l’ex pm si candida al Csm. FdI ci pensa, FI fa muro

Se la politica è l’arte del paradosso, il Transatlantico ne ha appena servito uno da manuale. Ieri a Montecitorio è riapparso Antonio Di Pietro: tra i 148 candidati a uno dei dieci scranni laici del Csm c’è anche lui. Con i cronisti ha sfoderato la consueta finta ingenuità: “Ho presentato la candidatura ritenendo di averne i titoli. L’unica che ho avvertito è mia moglie. Il mio nome è a disposizione del Parlamento, senza limiti di parte”. La narrazione del battitore libero, però, si è scontrata subito con le manovre della maggioranza. A valutare la suggestione di votarlo è stata Fratelli d’Italia: un bel cortocircuito per l’ala meloniana, pronta a sostenere l’ex ministro dei governi Prodi, senatore nel feudo del Mugello e per anni arcinemico di Berlusconi. Galeotto è stato il suo recente attivismo per il “Sì” ai referendum sulla giustizia. E infatti, poco dopo, la sbandierata solitudine di Di Pietro è svanita al ristorante della Camera: a tavola con lui si sono seduti Giovanni Donzelli (responsabile organizzazione di FdI), Alessandro Colucci (Noi Moderati) e Ignazio Messina, segretario dell’Italia dei Valori. L’ipotesi di un’elezione a Palazzo dei Marescialli con i voti meloniani si è schiantata a tempo di record contro il muro di Forza Italia. Per Stefania Craxi l’ex pm è la nemesi storica, il simbolo della stagione che costrinse il padre Bettino all’esilio. A sbarrargli la strada è proprio lei, che firma con Enrico Costa una nota tombale: “Forza Italia non lo voterà, è una questione di principio. La storia di chi ha fatto della giustizia uno strumento di lotta politica, facendo prendere alla gogna mediatica il posto del giusto processo e facendo strame del diritto, è incompatibile con le garanzie di autonomia, equilibrio e terzietà. Non ci sono margini di trattativa”.

Pratica Csm archiviata, dunque. O quasi. Ma l’assalto all’organo di autogoverno della magistratura si è rivelato solo il pretesto del vertice apparecchiato a Montecitorio. Tra le chiacchiere sulle elezioni (Noi Moderati punta all’autunno 2027), il vero menù era la costruzione della “gamba moderata” del centrodestra. L’infrastruttura esiste già — la federazione tra NM e IdV — ma Meloni preme per un salto di qualità che porti in dote un tesoretto civico. “Consolidiamo la collaborazione con l’IdV per dare voce agli amministratori locali”, ha confermato Colucci. Un cantiere da cui Cateno De Luca, a Roma per la sua convention, si è sfilato in fretta: “Niente minestroni, Sud chiama Nord corre da solo”.

Mentre si tesseva la tela elettorale, la palude del Csm è rimasta intatta. Oggi il Parlamento in seduta comune si appresta a certificare la fumata nera, con i partiti orientati sulla scheda bianca. Il quorum iniziale impone i tre quinti degli aventi diritto (363 voti), traguardo impossibile senza un’intesa bipartisan. L’accordo, al momento, è un miraggio. Il centrosinistra fa muro, esigendo di rinegoziare i pesi laici: non più 7 a 3 per la maggioranza, ma un più equo 6 a 4. I capigruppo delle opposizioni di Camera e Senato firmano un avviso ai naviganti corale: “Ci auguriamo che la maggioranza non ripeta lo scippo di un componente fatto a inizio legislatura, che da prassi spettava alle minoranze. Sarebbe un nuovo grave strappo istituzionale dettato solo dalla fame di potere”.

Con il pallottoliere bloccato, in pole position per il Csm restano i profili su cui i partiti lavorano sotto traccia. Per il centrosinistra la terna è composta da Pertici, Rossomando e Grosso. Il centrodestra schiera Rastrelli e Campione in quota FdI, Stefani per la Lega e Zanettin a presidiare il fortino di Forza Italia.

E Di Pietro? Per ora resta alla finestra. Pronto a capire se il Palazzo farà il miracolo di aggirare il veto azzurro, o se dovrà prepararsi a correre alle prossime politiche da candidato civico. Magari ritrovandosi, per uno spietato contrappasso, nella stessa coalizione di Stefania Craxi.