Sul palco passa con estrema facilità da uno dei suoi numerosi personaggi – lui dice una cinquantina, ma a memoria sembrano molti di più – con una parrucca, un costume da indossare in pochi secondi e una rapidissima mano di trucca.
Ha più del trasformista che dell’imitatore Claudio Lauretta. E tutto parte da una forma di ricerca minuziosa: guardare il personaggio che vuole creare nei minimi dettagli, ricostruendo movenze, sguardo, tic, pose.
Uno dieci cento Claudio Lauretta
È così che è diventato Matteo Renzi nella prima famosa imitazione che lo rese popolare a Italia Got Talent: e poi Sgarbi, Gerry Scotti, Renato Zero e molti altri. A teatro si veste sul palco. Non dietro le quinte, non nell’intervallo — sul palco, davanti al pubblico. È una scelta precisa, quasi una dichiarazione di poetica e di scelta artistica: “I personaggi si costruiscono in pubblico, il meccanismo si mostra invece di nascondersi. Per fare Renato Zero sono vestito come Renato Zero, per fare Beppe Grillo come Beppe Grillo, per fare Sgarbi…” La lista come detto è lunga, e ogni nome richiede un cambio di pelle, di voce, di energia.
Lo spettacolo di Claudio Lauretta si intitola Nei loro panni, ed è l’ultimo lavoro teatrale che il comico di Novi Ligure porta in giro con la Imita Band — quattro musicisti dal vivo, chitarra elettrica, tastiere, batteria e basso, che accompagnano ogni passaggio.
“Sandro Piccolo mi accompagna ormai da oltre 25 anni – dice — gli altri Egidio Perduca alle tastiere, Paolo Facco alla batteria, Maurisetti al basso — completano una macchina scenica che non lascia mai il silenzio scoperto tra un personaggio e l’altro.
Claudio Lauretta comincia con Antonio Ricci
Ma prima di Italia’s Got Talent, di Colorado, prima di fare Trump con la voce di Renato Pozzetto, durante una sera del 1995 a Torino, a un festival nazionale del cabaret c’è un uomo in platea che guarda lo show: “Antonio Ricci mi vide in quel festival e mi volle a Striscia la Notizia con l’imitazione di Antonio Di Pietro. Ero molto somigliante, anche nelle movenze, nel dialetto. Fu il mio biglietto da visita in televisione”
È lì che la sua storia di successo artistico inizia davvero, anche se la gavetta era già lunga. Anni di serate nei locali di cabaret, pubblici distratti, gente girata di schiena davanti a una pizza: “Ho iniziato facendo serate nei locali dove la gente addirittura forse neanche mi guardava,” racconta senza nostalgia ma con la precisione di chi sa che quei momenti pesano e in qualche modo servono anche. Poi Striscia, Tintoria Show su Rai 3, quindi sette anni con Piero Chiambretti, ancora un Dopo Festival a Sanremo. E poi, a un certo punto, la pausa.
Italia’s got Talent
La rinascita arriva per volontà di suo figlio, che oggi ha vent’anni e che insieme alla madre scrive all’indirizzo di Italia’s Got Talent: “Non volevo andarci, ovviamente.” Invece ci va. E succede qualcosa di inaspettato: “Le persone mi videro finalmente con la mia faccia, senza trucco. Non il personaggio, non la maschera. Ero io che mi sdoppiavo in pochi secondo in quattro-cinque personaggi diversi”.
E da qui parte una nuova carriera, con nuovi spazi e nuovi volti da abitare: Matteo Renzi a Colorado con la camminata e le smorfie, Vittorio Sgarbi con il suo ampio repertorio di insulti (“sei una capra, una capra, una capra”), Donald Trump con la voce di Renato Pozzetto che invece di dire “taaaac” diceva “Trump.”
Il becchino che non ha passato i provini
Per anni, dal 1995 fino quasi al 2010, Lauretta portava in scena un personaggio che non esisteva. Si chiamava Giulio Ranto, era un improbabile impresario di pompe funebri, e dal vivo funzionava benissimo: “Ancora adesso molte persone quando vengono ai miei spettacoli mi dicono: ma non ce lo fai più il becchino?”
Non lo fa più perché ha provato a portarlo in televisione. I provini andavano bene fino a un certo punto, poi le mani degli interlocutori cominciavano a muoversi verso zone d’ombra, e la risposta era sempre la stessa: “No, questo non si può fare.”
Lauretta ci ha messo anni a capire che il problema non era il personaggio ma il momento: o forse l’ascoltatore: “Credo solo di aver sbagliato i tempi. Se lo dovessi riproporre oggi, probabilmente qualche puntatina si può fare.”
Chi scrive lo ha visto quel personaggio: era spassoso. Da rotolarsi per terra. Ma questo dice molto su altro sul rapporto tra comicità e televisione: “In teatro si può osare, in TV esistono filtri che non sempre hanno a che fare con la qualità. Quando uno fa le sue serate in teatro o nelle piazze, in un certo senso può dire quello che vuole ha un pubblico che è pronto, che lo conosce. Purtroppo in TV c’è una forma di controllo che non ti permette di parlare davvero a tutto tondo di certi argomenti.”

La gavetta che non c’è più
Sul tema della crisi della comicità televisiva, Lauretta ha una posizione precisa: “Anche in questo caso la questione non è la forma del problema ma la causa. Sarà una banalità ma non c’è più la famosa gavetta. Quando sono apparse le prime trasmissioni comiche — Non Stop, Drive In, Mai dire Goal — arrivavano personaggi con una caratura molto alta. Aldo Giovanni e Giacomo, Bebo Storti, Francesco Salvi, Ezio Greggio, Gianfranco D’Angelo. Persone che nella loro vita hanno masticato migliaia di ore di palco.“
Oggi, basta un sociale e qualche kilo di follower: “È così, c’è troppa fretta, molti arrivano troppo presto. Senza quella formazione che si accumula solo stando davanti al pubblico, sera dopo sera, anche quando il pubblico non guarda. E purtroppo quei chilometri e quelle decine di serate, anche storte, pesano”.
Sui social ha una lettura che sorprende per la sua serenità: “Io credo che i social alla fine siano il prolungamento della TV. Mia madre mi sgridava per la TV accesa, a mio figlio dicevo “basta con sto telefonino, non puoi fare i compiti col telefonino in mano”. Non è cambiata di molto la situazione. Il telefonino è una tua piccola TV privata. La differenza, semmai, è che prima la televisione si guardava passivamente. Adesso si può anche usare per trasmettere. È una porta aperta, non un muro”.
Il deep fake che finì sul Times
L’episodio più curioso della carriera di Claudio Lauretta riguarda una tecnologia che oggi esiste in milioni di app da quattro soldi, ma che allora richiedeva due computer in parallelo e quasi due giorni di rendering per un minuto e mezzo di video.
“Antonio Ricci ebbe questa idea geniale di provare a fare il deep fake. C’era un programmatore informatico, Francesco Angeli, che all’epoca usava due macchine da paura per avere più memoria e più calcolo. Il processo era lento, quasi artigianale: raccogliere tutte le foto del personaggio disponibili in rete, caricarle nel sistema, poi io truccato di sana pianta facevo le mie espressioni. Quando sulla mia immagine veniva rielaborata quella di Renzi l’effetto era impressionante.”
L’intelligenza artificiale non era ancora quella di oggi, ma il risultato era abbastanza convincente da ingannare persone che di immagini dovevano intendersene: “Fu un deep fake che sconvolse tutti perché anche gli opinionisti televisivi e alcuni critici ci cascarono. Il giorno dopo alcuni scrissero che Matteo Renzi aveva dato di matto, che era impazzito. Lauretta non vuole fare nomi, ma dice che si trattava di “voci importanti, commentatori politici quotatissimi di quotidiani davvero significativi. La notizia arrivò fino al Times…
Oggi con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si fanno cose che allora sembravano fantascienza. Ma il principio, dice Lauretta, resta invariato. E purtroppo ignorato: “Senza lavoro sul personaggio, non esiste una imitazione davvero credibile. La tecnologia accelera, non sostituisce. Il lavoro si fa davanti a chi vuoi ricreare con tanta tanta pazienza”.
Le prossime date di Claudio Lauretta
Il centro, però, resta il palco. Quello spazio in cui i personaggi si costruiscono davanti al pubblico, i vestiti si cambiano in scena, e la musica dal vivo tiene insieme tutto. “È uno spettacolo veramente molto molto godibile,” dice con la semplicità di chi non ha bisogno di convincere nessuno. Sono venticinque anni che lo fa.
Domani sera Lauretta sarà con il suo show a Milano al Teatro Leonardo, poi il 17 ad Alba al Teatro Sociale, il 18 al Teatro Govi di Genova, il 20 al Teatro Gioiello di Torino.