Roma, 4 settembre 2026 – ”Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un’epoca di saggezza, era un’epoca di follia, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione”. Quando, nel 1859, Charles Dickens pubblicò il suo romanzo storico ‘Le due città’, non poteva immaginare che, oltre un secolo e mezzo dopo, generazioni lontanissime dalla sua si sarebbero ritrovate nelle sue parole. Merito dell’ultimo adattamento in ordine di tempo, ‘A Tale of Two Cities’ – dal 6 settembre su MGM+ – creato da Daniel West e diretto da Richard Clark.
La vicenda, ambientata tra Londra e Parigi negli anni che precedono la Rivoluzione francese e il periodo più buio del Terrore giacobino, vede protagonisti la giovane Lucie Manette (Mirren Mack), la quale dopo quasi 20 anni ritrova il padre creduto morto, l’aristocratico Charles Darnay (François Civil), che rinnega le proprie origini, e l’abile quanto autodistruttivo avvocato Sydney Carton (Kit Harington). ”Il motivo per cui oggi è così pertinente è che è ambientata sullo sfondo di una rivoluzione. Possiamo tutti immedesimarci in questo aspetto nel nostro presente”, ci spiega Harington. ”L’ordine internazionale basato sulle regole sembra sfaldarsi. E molti si ritroveranno in questo racconto. È una storia d’amore avvincente con al centro un triangolo decisamente moderno”.
Esattamente come il personaggio femminile che, in barba all’epoca, decide di non eclissarsi per un uomo. ”È coraggiosa e audace. Vuole imparare tutto sulla medicina come suo padre, arrivando a riesumare illegalmente cadaveri per le sue operazioni. Sta plasmando la sua vita e prendendo il controllo di chi è”, aggiunge Mack. ”Ama sia Charles che Sydney, ma più che una figura maschile, sceglie se stessa”. Tra le opere più lette e vendute di tutti i tempi – ”Eppure Dickens sembra essere relegato in un canone natalizio”, afferma Harington – ‘Le due città’ regala ai suoi lettori uno dei monologhi conclusivi più toccanti di sempre.
”Ho cercato di non pensarci troppo, perché è una scena iconica e ha resistito alla prova del tempo per così tanto”, confida l’attore quando gli chiediamo della responsabilità di confrontarsi con un tale materiale. ”Ho sempre pensato a quanto fosse fantastico poter rappresentare quel momento davanti alla macchina da presa, ma se mi fossi concentrato troppo su quello, non avrei portato sullo schermo il resto della storia per arrivarci. È una delle sequenze più meravigliose e commoventi della letteratura inglese. Mi sono letteralmente auto-scritturato per poterla interpretare (ride, ndr)”.
Nel mettere in scena lo scontro tra aristocrazia e popolo, l’opera evidenzia l’assoluta indifferenza dell’élite per le sofferenze dei poveri. Un altro punto di contatto con il nostro mondo. ”Vediamo in prima persona i segnali di allarme all’interno delle nostre società: la disuguaglianza e il divario di ricchezza sono così grandi che c’è un limite a ciò che le persone possono e dovrebbero tollerare prima che accadano cose terribili”, conclude Harington. ”La Rivoluzione Francese è un campanello d’allarme per tutti su cosa succede quando le persone chiudono gli occhi su ciò che accade fuori dalle loro finestre e siedono nelle loro torri d’avorio. Ecco perché è il Dickens da riproporre oggi: quello che fa i conti, attraverso una storia romantica, con un mondo che appartiene al passato, ma che è frammentato. E noi stessi stiamo vivendo in un’epoca di profonda frammentazione’‘.