Finlandia, Norvegia e Svezia rinunciano al loro stand collettivo per lasciare spazio al Padiglione Sami. Senza nessun complesso di inferiorità
Dal mensile – Le espressioni artistiche e culturali dei popoli indigeni hanno ormai guadagnato una forte visibilità. Basti pensare al successo mondiale della musica tuareg, ai romanzi di scrittori amerindiani come Sherman Alexie e Louise Erdritch, al crescente interesse per l’arte aborigena australiana. A conferma di questo fenomeno, certe manifestazioni di respiro internazionale sono sempre più interessate alle culture indigene. Questo avviene anche per la crescente sensibilità di alcuni Stati, grazie alla quale i popoli indigeni possono partecipare a manifestazioni che altrimenti sarebbero difficilmente accessibili. Un caso esemplare è quello dei sami, più noti come lapponi. Nel 2019, quando il Paese ospite della Fiera del libro di Francoforte era la Norvegia, la letteratura degli indigeni artici ha ricevuto molta attenzione.
La 59esima Biennale Arte di Venezia, che si è aperta ad aprile per chiudere il 27 novembre, si inserisce in questa tendenza, andando ancora oltre. Quest’anno, infatti, la celebre iniziativa presenta una novità insolita e meritoria: tre Paesi – Finlandia, Norvegia e Svezia – hanno rinunciato al loro consueto stand collettivo, il Padiglione nordico, per lasciare spazio a un Padiglione Sami, che celebra la cultura degli indigeni nordeuropei. In realtà, sono diversi anni che la prestigiosa manifestazione lagunare dedica spazio ad artisti inuit, maori, mapuche e indiani nordamericani.

© Marta Buso / OCA
Questa iniziativa, curata dall’Ufficio per l’arte contemporanea della Norvegia (Oca), “celebra l’arte e l’identità culturale del popolo sami”, come si legge sul sito dello stesso organismo. Gli artisti sami presenti sono Pauliina Feodoroff, Máret Ánne Sara e Anders Sunna, ciascuno dei quali propone una creazione dal marcato contenuto politico. I temi che ricorrono nei lavori dei tre artisti sono quelli che interessano molti altri popoli indigeni: le questioni territoriali, l’impatto del mutamento climatico e le politiche governative.
Pauliina Feodoroff, regista teatrale, è stata presidente del Consiglio Sami, un organismo nato nel 1956 per dare respiro locale e internazionale alle lotte politiche delle minoranza artica. Lotte sempre pacifiche ma importanti, se si considera che questo popolo, pur contando meno di centomila persone, svolge un ruolo di primo piano nel movimento indigeno internazionale. La regista presenta Matriarchy, una video installazione ispirata alla cultura matriarcale lappone, attraverso la quale l’artista intende stimolare l’adozione di politiche più rispettose nei confronti degli animali e dell’ambiente.
Máret Ánne Sara propone invece una serie di sculture realizzate con pelli e intestini di renna. Nella cultura lappone le viscere sono la sede del patrimonio affettivo. La renna, che occupa un ruolo centrale in questa cultura, allude alla terra e ai lunghi contrasti politici sui diritti territoriali. L’artista vive a Guovdageaidnu (Kautokeino in norvegese), un centro che occupa un posto particolare nella memoria collettiva dei sami. È qui, fra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta, che i sami opposero una fiera resistenza alla costruzione di una centrale idroelettrica dal forte impatto ambientale. Proteste che vennero sostenute da molte associazioni ecologiste norvegesi. La questione fu risolta dalla Corte suprema, che dette però ragione al governo.

© Michael Miller / OCA
Il terzo e ultimo artista, Anders Sunna, presenta infine una serie di dipinti – uno per ogni decennio, a partire dalla metà del secolo scorso – che ripercorrono le lotte condotte dai sami contro i vari governi svedesi per poter allevare le renne secondo le loro pratiche tradizionali. Si tratta di contrasti che in teoria non avrebbero dovuto aver luogo: secondo il diritto internazionale, gli indigeni erano infatti dalla parte della ragione. Ma la Svezia spesso e volentieri ha negato questi diritti. Nel 2020 Sunna ha partecipato alla Biennale di Sydney con Soađa, un murale creato in loco con chiari riferimenti politici all’oppressione che i popoli indigeni hanno patito nei secoli scorsi. Oltre alle arti visive, il Padiglione Sami propone anche un’interessante rassegna di cortometraggi. Si tratta di Árran 360°, che aprirà il 26 agosto con la presentazione degli ultimi lavori recenti di sei registi.
Il Padiglione Sami segna una svolta importante, non soltanto per il popolo in questione ma per tutti gli indigeni del pianeta, perché consolida la visibilità internazionale di culture a lungo dimenticate o sottovalutate. L’attenzione che le grandi iniziative internazionali dedicano sempre più spesso alle culture indigene conferma che queste non sono bizzarri resti del passato ma espressioni vive e moderne, che affiancano le culture ufficiali senza nessun complesso di inferiorità.
Il tamburo di Poala-Ánde
Come molti popoli indigeni del pianeta, i sami hanno subìto lo sradicamento causato dalla predicazione dei missionari cristiani durante i secoli scorsi. Proprio per questo motivo, assume un significato particolare la restituzione di un tamburo confiscato nel 1691 a Poala-Ánde (Anders Paulsen), uno sciamano che era stato processato e condannato per stregoneria. Nella cultura sami il tamburo, legato alla figura del noaidi (sciamano), occupa un ruolo centrale. Non a caso il periodo precristiano viene detto “tempo del tamburo”, mentre quello successivo all’incontro col cristianesimo “il tempo in cui si doveva nascondere il tamburo”. Lo strumento era stato inviato in Danimarca ed era entrato a far parte del Museo nazionale di Copenaghen. Era poi stato prestato al Museo Sami di Karasjok, in Norvegia, dove è rimasto per quarant’anni. Il popolo indigeno a lungo ha sostenuto che la proprietà fosse stata formalmente ceduta dall’istituzione danese. Così, dopo un appello alla regina Margherita di Danimarca, il tamburo è stato ufficialmente restituito alla comunità sami di Karasjok.