La transizione climatica si è avviata e l’aggressione russa all’Ucraina sta accelerando la risposta ai fossili. L’editoriale del direttore scientifico di QualEnergia Gianni Silvestrini nel numero di febbraio-marzo 2023 del bimestrale
Un successo, per molti del tutto inaspettato, quello di Elly Schlein nella corsa alla segreteria del PD. Una novità che potrebbe avere conseguenze stimolanti anche sul fronte delle politiche ambientali e sociali. «Giustizia sociale, clima, lavoro» sono stati i suoi slogan. Vale la pena sottolineare come le sue posizioni siano in sintonia con le politiche climatiche della UE e si possa quindi sperare in un’azione incisiva su questi temi rispetto ad alcuni nostri ritardi.
Ricordiamo l’inadeguatezza dell’Italia, che viene da lontano, sul fronte climatico e sulla transizione ecologica. Il contrario delle politiche dei principali governi europei che hanno capito come l’emergenza climatica sia una chiara priorità. La speranza è che si acceleri una riflessione strategica e si avvii una risposta coinvolgente partendo dai territori, dalle città, dalle regioni. Con la radicalità e la concretezza che il momento attuale richiede e con posizioni nette su argomenti delicati e importanti, dal gas alle rinnovabili, dalla mobilità elettrica all’edilizia efficiente.
La risposta pronta ed efficace delle rinnovabili alla crisi del gas
L’aggressione russa all’Ucraina ha comportato danni e sofferenze indicibili oltre a condizionare gli scenari internazionali dell’energia. Qual è stata in Europa la risposta agli aumenti dei prezzi del gas? C’è stato un piccolo incremento, temporaneo, dell’uso del carbone, è partita la ricerca di nuove fonti di approvvigionamento di metano, ma è anche emersa una forte accelerazione sul fronte delle rinnovabili. La transizione verso l’energia pulita in Europa esce da questa crisi più forte che mai, proprio come auspicava il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans. Se in passato la spinta principale a incrementare la quota delle rinnovabili era legata alla necessità di accelerare la decarbonizzazione, dopo l’aggressione all’Ucraina si è aggiunto il tema della sicurezza energetica. Secondo Ember la crescita dell’energia eolica e solare ha consentito all’UE di risparmiare 12 miliardi di euro in costi del gas da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. L’aumento della generazione eolica e solare dall’inizio della guerra ha raggiunto 50 TWh. Il fotovoltaico in Europa nel 2022 ha visto un boom di installazioni per 41 GW, (+47%). Nella panoramica dei paesi svetta la Germania (7,9 GW), incalzata dalla Spagna. Da sottolineare anche i risultati della Polonia e quelli dell’Olanda la cui quota solare del 14% ha superato quella del carbone. Pensiamo inoltre al boom delle vendite delle pompe di calore che hanno raggiunto quota 3 milioni nel 2022, con un balzo del 37% rispetto all’anno precedente. Una situazione particolarmente interessante riguarda la Germania. Si legge su Le Monde: «La guerra in Ucraina segna una svolta nella storia economica e energetica della Germania, per molti aspetti paragonabile a quella dell’incidente di Fukushima del 2011. Dopo l’esplosione della centrale nucleare giapponese, la Germania aveva avviato l’uscita definitiva dal nucleare». Il taglio delle importazioni del gas di Mosca, ha obbligato ad intervenire nel settore civile (solare e pompe di calore) ma anche a rivisitare diversi cicli produttivi e chiudendo gli “zombies energetici”, industrie che riuscivano a competere solo grazie ai bassi prezzi del gas russo. Vi sono stati inoltre un incremento temporaneo del carbone e la rapida installazione di impianti di rigassificazione, con due sistemi galleggianti già inaugurati e altri sei programmati. Anche considerando la fortissima spinta sulle rinnovabili con il target dell’80% della domanda elettrica alla fine del decennio, a fronte del 47% del 2022, per arrivare al 100% nel 2035: è una vera rivoluzione energetica.
Questo è il momento giusto per fare una politica industriale automobilistica ambiziosa, competitiva e strutturata
Con 2,6 GW l’Italia si piazza al sesto posto, ritrovando un suo spazio e ponendo le premesse di una forte accelerazione. La produzione idroelettrica nel 2022 si è però quasi dimezzata e la perdurante siccità fa immaginare anche per il 2023 valori bassi. Andiamo ad analizzare il contesto mondiale. Secondo Irena, nel 2022 gli investimenti nelle rinnovabili hanno sfiorato i 500 miliardi di $, con un incremento del 16%. Del resto, il giudizio di Fatih Birol, direttore esecutivo Iea, è netto: «questa crisi sta accelerando molto la transizione all’energia pulita e diversi paesi stanno vedendo le energie rinnovabili come una strada per far fronte alla richiesta di sicurezza energetica. Nei prossimi cinque anni la crescita delle rinnovabili sarà pari a quella che si è verificata negli ultimi venti».
In Europa è pensabile la continuazione della riduzione dei consumi di gas anche nei prossimi anni a favore delle energie pulite e dell’efficienza. La motivazione è legata a ragioni strategiche di sicurezza e a valutazioni economiche (i prezzi del gas rimarranno alti per qualche anno). Le aziende fossili premono invece, non solo per incrementare il numero di rigassificatori, ma ipotizzano anche nuovi gasdotti come nel caso di “EastMed”, che verrebbe alimentato da giacimenti al largo di Israele e Cipro.
Che cosa succederà nel 2023? Ancora una volta è sul solare che risiedono molte aspettative. Secondo TrendForce si potrebbe arrivare a una istallazione mondiale di 350 GW, che rappresenterebbe un balzo del 37% rispetto ai 257 GW del 2022. Nella UE ci si aspettano 55-60 nuovi GW. Anche l’eolico farà la sua parte. Nella UE lo scorso anno sono stati installati 15 GW, un terzo più del 2021 ed è in arrivo entro la fine del decennio l’esplosione dell’offshore con 50 GW negli UK, cui si aggiungono i 65 GW di Germania, Danimarca, Belgio e Danimarca. L’Italia inizia la sua rincorsa. Nel 2023 dovrebbero essere formalizzate istanze di Via per almeno 9 GW di eolico offshore. È solo il primo passo, ma qualcosa si muove. Il fotovoltaico potrebbe oltrepassare i 4 GW. Nel mese di gennaio 2023 sono stati installati 296 MW con un incremento del 282% rispetto al gennaio precedente. Si torna a parlare di nucleare, un’ipotesi che trova orecchie attente nel governo. Ansaldo Energia, Ansaldo Nucleare, Edf e la sua controllata Edison, hanno firmato una lettera d’intenti per sviluppare il nuovo nucleare in Europa e favorirne la diffusione in Italia. «Gli small modular reactors possiedono “caratteristiche di sicurezza molto elevate e richiedono investimenti contenuti» si legge. In realtà, si saprà qualcosa di serio su questa opzione solo alla fine del decennio. Naturalmente, tra le aspettative e la realtà c’è un oceano. Ma bisognerà tenere gli occhi aperti.
L’attacco sporco alla mobilità elettrica
Incredibili i commenti governativi alla decisione di sospendere lo stop alla vendita di auto a combustione interna dal 2035. Meloni: «È un nostro successo». Il ministro Urso: «Abbiamo svegliato l’Europa». Secondo i costruttori tedeschi abbandonare l’eliminazione graduale del 2035 per i motori a combustione a favore degli e-fuel sarebbe fatale per l’industria automobilistica che vuole certezze per gli investimenti colossali in atto. Lo sconsiderato attacco del governo alla transizione verso l’elettrico si accompagna all’inadeguatezza storica in questo campo che spiega il nostro ruolo marginale in Europa. Qualche dato sull’evoluzione in atto. Mentre nel 2022 in Germania le vendite delle auto elettriche sono aumentate del 32% e nel Regno Unito del 40%, da noi le immatricolazioni sono scese del 27%. Ancora più significativo il dato sulla quota di mercato delle auto elettriche. In Germania siamo al 18%, nel Regno Unito al 17%, in Francia al 13% contro il nostro 4%. Su scala mondiale, si osserva una crescita inarrestabile: nel 2022 hanno raggiunto il 13% del mercato (contro il 4% del 2020) con dieci milioni di auto vendute. Questa accelerazione fa capire la necessità di avviare scelte coraggiose sul fronte industriale. Salvini afferma che il blocco del 2035 sarebbe un regalo alla Cina. Ma è esattamente l’opposto. Pechino è oggi leader con oltre la metà del mercato mondiale e fa dunque bene l’Europa a darsi obiettivi ambiziosi per stimolare le proprie industrie dell’auto e favorire la costruzione di fabbriche di batterie. Peraltro, è significativo il fatto che dopo lo stop dell’Europa, diversi Stati degli USA, come la California e New York, abbiano adottato lo stesso obiettivo per il 2035.
Un dato che comporta due riflessioni. La prima, riguarda il ruolo di apripista e di sollecitazione dell’Europa. Come è già successo con le rinnovabili vent’anni fa, le scelte UE hanno importanti ricadute internazionali. La seconda, il fatto che ormai la rivoluzione della mobilità elettrica è partita. Basta ricordare i 52 miliardi di euro stanziati da Volkswagen fino al 2026. Bisogna solo capire se, come sistema Italia, riusciremo a cavalcare l’onda o ne subiremo conseguenze. Dal governo arrivano segnali sconfortanti. «Il destino dell’auto non è solo elettrico» secondo il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «L’ho detto piú volte, io scommetto sull’idrogeno». Anche il Giappone che aveva puntato sulle auto a idrogeno si sta ricredendo. Il nuovo presidente Koji Sato, che prenderà le redini della Toyota il 1° aprile, ha affermato che la società punterà sull’elettrificazione. Il governo italiano dovrebbe raccogliere le sfida e aiutare la riconversione delle imprese della componentistica auto, che peraltro lavorano per il 60% per l’industria tedesca, invece di litigare sul 2035 regalando vantaggi ad altri paesi. Una battaglia di retroguardia puntando, sull’altare della neutralità tecnologica, sull’inclusione degli e-fuels, carburanti sintetici ottenuti combinando idrogeno e anidride carbonica, soluzione decisamente più costosa e meno efficiente. Per Transport & Environment, sulla base dei dati dell’industria della raffinazione, nel 2035 in Europa la disponibilità di carburanti sintetici sarà talmente limitata da alimentare appena il 2% delle auto in circolazione. Ma torniamo sulla scena internazionale. L’Europa vive una fase critica dovuta alla contemporanea sfida dell’Inflation Reduction Act (IRA) lanciato da Biden lo scorso agosto (368 miliardi $ per la transizione green), e dell’impegno di Pechino con il Made in China 2025 (MIC). È questo il momento giusto per mettere in atto una politica industriale automobilistica ambiziosa e strutturata. Nei prossimi mesi vedremo come si articolerà la risposta della UE, ma è chiaro che si apriranno maggiori opportunità per rafforzare e far decollare nuovi comparti per la mobilità elettrica e per le batterie, anche perché l’evoluzione tecnologica consente di superare alcune criticità. L’anno scorso, per esempio, è raddoppiata la quota di mercato dei catodi al litio ferro fosfato (LFP), che non richiedono nichel o cobalto.
Occorre che anche in Italia si mettano da parte timidezze e scelte fuorvianti, che ci si agganci alle evoluzioni in atto in Europa e in molti altri paesi. La presenza di un’opposizione decisa e intransigente potrà favorire questo processo.
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