
Roma, 30 giugno 2026 – Il possibile pedaggio e il controllo iraniano su Hormuz rappresentano un precedente pericoloso. L’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, diplomatico di lungo corso e attualmente consigliere scientifico dello Iai, spiega perché il braccio di ferro sullo Stretto non è solo una questione economica.
Ambasciatore Nelli Feroci, dal punto di vista del diritto internazionale, l’Iran può davvero rivendicare un maggiore controllo sullo Stretto di Hormuz?
“La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce che gli Stati che controllano uno stretto internazionale, in questo caso Iran e Oman, debbano garantire il libero passaggio delle navi. Esistono però alcuni precedenti, come quello dello Stretto dei Dardanelli, il cui regime è regolato dalla Convenzione di Montreux, che prevede eccezioni alla libertà di navigazione e la possibilità di compensi per servizi legati alla sicurezza della navigazione. Se Teheran dovesse seguire questo esempio, si tratterebbe di una violazione de facto della normativa internazionale e comunque di un peggioramento della situazione antecedente al conflitto”.
Quindi i pedaggi potrebbero semplicemente rientrare dalla finestra?
“È uno scenario possibile. Se questi compensi venissero introdotti, rappresenterebbero una significativa vittoria politica per l’Iran e una sconfitta per gli Stati Uniti, che avevano sempre sostenuto il principio della piena libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”.
Quale effetto potrebbe avere un precedente di questo tipo?
“Sarebbe un precedente pericoloso. Altri Paesi che controllano passaggi strategici potrebbero essere tentati di adottare misure analoghe. Penso, ad esempio, allo stretto di Bab el-Mandeb o a quello di Malacca. Si rischierebbe di mettere in discussione uno dei principi fondamentali del diritto della navigazione internazionale”.
Oltre agli eventuali compensi, resta anche il tema del controllo delle merci in transito.
“L’Iran si è impegnato a garantire la libertà di navigazione nella fase iniziale, ma ha anche confermato di voler ridefinire, insieme all’Oman, il futuro regime dello Stretto. È plausibile che voglia conservare un ruolo nella gestione del traffico marittimo attraverso Hormuz e che questo si possa tradurre nell’imposizione di pedaggi o altri compensi a carico delle navi in transito”.
Se l’Iran dovesse consolidare la propria posizione anche su Hormuz, che cosa resterebbe dell’influenza americana in Medio Oriente?
“Molto meno di quanto gli Stati Uniti avessero immaginato. Molti osservatori parlano già di uno dei maggiori insuccessi strategici di Washington degli ultimi anni. L’Iran, malgrado i danni subiti, uscirebbe rafforzato, con al potere un regime più radicale, comunque in grado di condizionare gli equilibri nella regione. Anche i Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti hanno pagato un prezzo elevato per questo conflitto, pur non avendolo provocato. A questo si aggiungono le tensioni emerse tra Washington e il governo israeliano, che hanno mostrato quanto sia diventato difficile per gli Stati Uniti controllare e orientare gli sviluppi politici e militari nella regione. Nel complesso, a oggi, l’esito della guerra comporta un ridimensionamento dell’influenza americana in Medio Oriente”.