Legge elettorale, 48 ore decisive: Tajani vuole il no alle intercettazioni

Roma, 28 luglio 2026 – Far vincere chi in realtà perde: è questo il paradosso, a forte rischio di incostituzionalità, che fa suonare l’allarme in Fratelli d’Italia. Sulla norma “ammazza-piccoli” i dubbi non sono più solo sussurri dopo la prima tornata di audizioni dei tecnici in commissione Affari costituzionali del Senato sullo Stabilicum. Il rompicapo è come uscirne senza far crollare l’impalcatura della maggioranza. Riaprire il dossier per disinnescare la trappola, che esclude dal conteggio di coalizione le liste sotto il 3% salvando solo la più votata, magari abbassando la soglia al 2%, significherebbe infliggere a Forza Italia l’ennesimo sgarbo.

Agli azzurri interessa non disperdere voti verso i partitini moderati, e un ritocco del genere equivarrebbe a un dito nell’occhio, da sommare ai lividi lasciati dal braccio di ferro sulle preferenze. “Non è detto che si trasformi in un emendamento”, ragiona un colonnello tricolore. A maggior ragione perché resta aperto l’altro grande nodo: quello, appunto delle preferenze, definite dal senatore dem Dario Parrini “omeopatiche”. L’accordo di massima sembra esserci, ma vista la delicatezza della materia è meglio attendere fino all’ultimo.

Il test decisivo è in calendario per domani, quando Antonio Tajani incontrerà il gruppo di Forza Italia al Senato: lì si capirà se l’emendamento sarà davvero unitario. Anche senza una firma comune, il semaforo verde dei forzisti c’è, ma a una condizione: va sterilizzata la mossa sulle intercettazioni a strascico firmata dal meloniano Berrino. Con l’arrivo oggi in Aula del decreto giustizia-migranti, la convinzione diffusa è che, se il senatore dovesse ripresentare l’emendamento, sarà il presidente La Russa a togliere le castagne dal fuoco dichiarandola inammissibile. In caso contrario, l’intero pacchetto tornerebbe in alto mare.

A rendere il clima più teso contribuiscono anche i malumori dei parlamentari di Fratelli d’Italia. Il testo della riforma elettorale licenziato dalla Camera prevede l’obbligo, per i capilista dei listini circoscrizionali, di candidarsi anche nel maxi-listone del premio. I parlamentari tricolori chiedono che questo vincolo di doppia candidatura cada per liberare più posti, ben sapendo che la lotteria delle preferenze, nella coalizione, riguarda quasi esclusivamente loro. Da soli, questi mal di pancia non impensieriscono Giorgia Meloni, ma se dovessero saldarsi a un nuovo attrito con gli alleati azzurri, la situazione si complicherebbe. A certificare la delicatezza dell’impianto ci hanno pensato ieri i tecnici auditi in Commissione, divisi nei giudizi.

Se i costituzionalisti d’area governativa hanno promosso il testo, sul fronte opposto le bocciature sono nette. Giovanna De Minico non lascia margini: “Questo ddl è profondamente illegittimo e non suscettibile di modifiche. Il tiro è veramente storto e non si può raddrizzare”. Più sfumata la posizione di Stefano Ceccanti: “Un premio in un turno unico senza ballottaggio può essere legittimo, ma risponde alle esigenze del sistema? Ritengo di no, occorre invece introdurre il ballottaggio nazionale”. A tirare le somme, con uno sguardo disincantato sui limiti strutturali, è l’ex presidente del Senato Marcello Pera (FdI): “Ho avuto conferma di ciò che sapevo; finché resta il bicameralismo paritario, una vera riforma elettorale non si fa. Votai per abolirlo con Renzi, mentre il Pd disse no. E infatti siamo ancora qui”.

Sul fronte politico, intanto, l’opposizione continua il suo fuoco di sbarramento. A usare le parole più pesanti è Elly Schlein: “Il Colle è un’ossessione di Meloni e della destra. Hanno fatto questa legge per eleggersi da soli il capo dello Stato”. Dichiarazioni a parte, la minoranza punta ad allungare i tempi oltre l’estate, ma la maggioranza accelera. “Le audizioni saranno completate entro la settimana – spiega il presidente della Commissione Andrea De Priamo (FdI) – per fissare il termine degli emendamenti e svolgere la discussione generale prima della pausa estiva”. La data cerchiata in rosso è il 4 o 5 agosto. L’obiettivo è riprendere i lavori tra il 31 agosto e il 1° settembre per avviare subito il voto, portando lo Stabilicum nell’aula del Senato a metà mese e alla Camera entro ottobre. Una tabella di marcia serrata su cui, però, l’incertezza resisterà fino alla fine.