C’è un vaso che a Bologna fa da bussola. I bambini del quartiere di Borgo Panigale sanno che è il momento di scendere dall’autobus quando lo vedono comparire dal finestrino: alto quasi tre metri, inconfondibile nel suo bianco e blu, il grande vaso dell’Amarena Fabbri è diventato nel tempo un monumento involontario, un punto di riferimento affettivo prima ancora che commerciale. Quando, qualche anno fa, fu necessario abbassarlo per restaurarlo, i residenti insorsero. In risposta, l’azienda fece issare una Smart completamente brandizzata Fabbri: un gesto ironico e al tempo stesso rivelatore di una capacità di comunicare con il proprio territorio che risale all’atto di fondazione stesso.
E da allora sono passati 121 anni e 5 generazioni: ce lo racconta Carlotta Fabbri, quinta generazione di una delle famiglie imprenditoriali più longeve d’Italia, oggi Digital Marketing Sales Director di Fabbri 1905. A incontrarla nella sede del Resto del Carlino a Bologna, testata con cui l’azienda ha peraltro intrecciato storie professionali nel corso dei decenni, si ha immediatamente la misura di una persona che porta con sé, con leggerezza apparente, una stratificazione di ruoli e responsabilità che pochi saprebbero gestire.
Una distilleria, un premio Nobel e l’intuizione del mercato di massa
La storia di Fabbri comincia nel 1905, come ricorda il nome stesso dell’azienda, quando Gennaro Fabbri, nato a gennaio e battezzato con quel nome in onore del mese, apre a Bologna una piccola bottega dove distilla liquori. Un’attività apparentemente ordinaria per l’epoca, se non fosse per un dettaglio che Carlotta Fabbri sottolinea con orgoglio: «”Lui aveva già capito che questa parola sconosciuta all’epoca, il marketing, era fondamentale. Le bottiglie erano tutte lavorate, diverse tra loro, colorate, molto preziose. Non erano bottiglie standard.”
Ma il vero colpo di genio di Gennaro si rivela nella costruzione del catalogo. Tra i primi prodotti troviamo l’Amaro Carducci, dedicato al poeta che di lì a poco avrebbe vinto il Nobel, pensato esplicitamente per il pubblico degli intellettuali. E accanto a esso, l’Amaro Primo Maggio, rivolto invece alla classe operaia. “Lui aveva capito come acchiappare entrambi i pubblici”, spiega Carlotta con una punta di ammirazione per un antenato che probabilmente non avrebbe avuto nulla da imparare dai moderni guru del brand management.
L’Amarena, però, non fa parte delle origini: arriva nel 1915 e, dettaglio che sa di leggenda familiare , nasce dalla cucina di casa. Rachele, la moglie di Gennaro, raccoglieva le amarene in campagna e le preparava secondo una ricetta casalinga, probabilmente ereditata dalla madre, con erbe e spezie del giardino. “L’intuizione di Gennaro”, racconta Carlotta, “fu quella di dire: se piacciono a noi e ai nostri amici, forse piaceranno anche ai miei clienti.” Le vendette dapprima in damigiane, poi arrivò il vaso. Quello stesso vaso che Gennaro regalò alla moglie in segno di gratitudine (“era un gesto d’amore per la ricchezza che lei aveva portato con questa ricetta”) e che da allora non è praticamente cambiato.
Il vaso che non si tocca (e quello che ferma gli autobus)
Il famoso vaso/monumento gigante di amarena di Borgo Panigale, a Bologna, è famosissimo e tutti lo conoscono e lo riconoscono. Quando fu necessario abbassarlo per il restauro, l’intera comunità protestò. “Mio figlio sa che deve scendere dall’autobus quando vede il vaso”, dissero i residenti del quartiere. Una misura del radicamento di un brand nel vissuto quotidiano delle persone che non ha equivalenti facilmente rintracciabili nel panorama alimentare italiano.
Oggi tre grandi vasi presidiano la via Emilia: uno ad Anzola, uno a Borgo Panigale e un terzo nel Fabbri Shop. Un presidio territoriale che è anche una dichiarazione identitaria. Il vaso fu persino portato a New York come simbolo del Made in Italy. Nessun restyling, nessuna modernizzazione forzata. “È un fornitore italiano che decora il nostro vaso con le simbologie che tutti conoscono”, spiega Carlotta. Una scelta di coerenza che, nel mondo della comunicazione contemporanea dove tutto cambia a velocità vertiginosa, suona quasi rivoluzionaria.
Accanto all’Amarena classica, Fabbri ha costruito nel tempo una famiglia di specialità in sciroppo: le fragole, più dolci, e lo zenzero dorato, ”l’evoluzione”, come lo definisce Carlotta, che segue la moda del momento ma anche il benessere e la salute.
1.300 prodotti, tre business unit, dieci sedi nel mondo
Parlare di Fabbri come dell’”azienda dell’Amarena” sarebbe riduttivo quanto fuorviante. “Noi produciamo tutto a Bologna: milletrecento prodotti”, precisa Carlotta. L’azienda si articola su tre business unit distinte: il retail (il segmento consumer che tutti conoscono), la gelateria e pasticceria artigianale, dove Fabbri fornisce ingredienti ai professionisti del settore, e il beverage, erede diretto della distilleria originaria di Gennaro, specializzato in sciroppi e prodotti per la miscelazione diurna e notturna.
La presenza internazionale è strutturata e capillare: dieci sedi nel mondo, tra cui Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada, Francia, Germania, Spagna, Malesia e Cina. “Il gelato artigianale si mangia là dove ci sono molti immigrati italiani”, osserva Carlotta. “Per questo Germania e Argentina sono i Paesi dove la parte di gelateria è forse più sviluppata.” Gli Stati Uniti, invece, per dimensioni non sono paragonabili ad altri mercati: “Non puoi paragonare l’Italia agli Stati Uniti, sono un continente.”
Ogni mercato ha le proprie peculiarità gustative, e Fabbri deve saperle leggere. “Già tra nord e sud Italia c’è un gelato diversissimo”, ricorda Carlotta. “Pensiamo alla crema come piace a noi a Bologna, con un po’ di limone e un po’ di vaniglia: a Napoli non si mangerebbe mai così.” All’estero le differenze si moltiplicano. C’è chi ama il molto dolce e chi lo evita. Un aneddoto, raccontato con ironia, riguarda una mela verde poco zuccherata preparata per un cliente turco: “I turchi mangiano molto zuccherato”, ride Carlotta, “quella volta l’assaggio è stata un’esperienza”
Il pistacchio e lo zenzero: qualità e innovazione come dogmi
La qualità delle materie prime è uno dei pilastri su cui Fabbri costruisce la propria reputazione, anche quando questo significa andare contro le mode o sfidare le aspettative. Il caso del pistacchio è emblematico. Mentre il pistacchio è diventato il grande trend degli ultimi anni, Fabbri ha le prime fatture di acquisto datate a oltre sessant’anni fa. Ma soprattutto, ha sviluppato protocolli di controllo severissimi. “Il pistacchio è un prodotto molto delicato: la pianta produce un anno sì e un anno no, e soffre di aflatossine, una tossina che può contaminare l’intero sacco da 25 chili. Se si ha anche solo un dubbio, è fondamentale scartare l’intero pacco”, spiega Carlotta, con una competenza tecnica che stupisce, considerato il suo background in Scienze della comunicazione.
Ma è lo zenzero dorato a raccontare meglio di ogni altro prodotto la filosofia innovativa dell’azienda. “Abbiamo preso una radice che è un superfood prettamente cinese, non del nostro territorio come può essere l’amarena, e l’abbiamo rielaborata secondo i nostri canoni.” Il risultato è un prodotto che si sposa con il dolce e con il salato, perfetto con i formaggi grazie alla sua piccantezza dolce, arricchito anche di curcuma per potenziarne le proprietà nutrizionali. Non è stato semplice arrivarci: “Lo zenzero dorato ha richiesto due anni di sviluppo. Bisognava che fosse perfetto dal punto di vista del sapore e del mantenimento delle proprietà. Siamo riusciti a togliere gli elementi fibrosi lasciando delle pepite piacevoli anche alla masticazione”.
“L’Amarena è un classico. Lo zenzero è l’evoluzione”, sintetizza Carlotta. Un’equazione che descrive bene la traiettoria dell’azienda: rispettare il passato senza esserne prigionieri, guardare al futuro senza tradire l’identità.
La quinta generazione e le regole ferree per entrare in azienda
Carlotta Fabbri è la quinta generazione. Oggi esiste già una sesta, con bambini che vanno dall’età di un anno ai diciotto-diciannove anni, e la domanda sul futuro dell’azienda familiare è inevitabile. Ma in casa Fabbri non si scherza con la continuità: quando la quarta generazione si è trovata di fronte a diciassette nipoti che si avvicinavano all’università, ha deciso di mettere per iscritto delle regole precise per l’ingresso in azienda.
“Da noi non è permesso quello che si definisce il mestiere del giovanotto: tu entri, sei un bel giovanotto, ti chiami Fabbri e porta da bere. Assolutamente no.” Le condizioni per entrare includono la padronanza di due o tre lingue straniere, voti minimi al liceo e all’università, e soprattutto un’esperienza lavorativa esterna di durata proporzionale agli anni di studio (da due a quattro anni) con almeno un’esperienza all’estero.
Carlotta racconta il proprio percorso con la precisione di chi ha dovuto costruirselo mattone dopo mattone. Ha studiato Scienze della comunicazione e, mentre era ancora all’università, ha iniziato a lavorare, proprio con Il Resto del Carlino, una delle testate storiche del gruppo editoriale legato a Bologna. Poi cinque o sei anni di giornalismo. Poi la laurea, un’esperienza in Argentina, l’ingresso in azienda, il ritorno in Argentina. E infine la gavetta: “Girare per dieci anni tutti gli uffici e imparare tutto quello che si può imparare di un’azienda.” Acquisti, ricerca e sviluppo, commerciale, fatture, amministrazione, produzione. “Tutti abbiamo seguito un percorso formativo completo”
Oggi nell’azienda sono dieci i membri della famiglia: tre senior (“che facciamo un po’ fatica ad accettare il termine junior, visto che abbiamo quasi cinquant’anni”) e i 7 della quinta generazione che stanno completando il proprio percorso. Un sistema che garantisce competenza, evita i privilegi e, come Carlotta ammette, rende il lavoro con i parenti allo stesso tempo più difficile e più umano: “È più difficile perché hai sempre gli occhi addosso. Ma dall’altra parte, hai qualcuno che ti conosce, che capisce il tuo momento, la tua circostanza.”
Maestra dell’arte della gelateria, con una foto di mamma su Instagram
Il 2 aprile 2025 segna una data importante nella vita professionale di Carlotta Fabbri. In quella giornata, a Palazzo Chigi, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni la ha riconosciuta Maestra dell’arte della cucina italiana, con specifica menzione per la gelateria. Accanto a lei, personalità del calibro di Iginio Massari, Massimo Bottura, Franco Pepe per la pizza, e altri maestri dell’eccellenza gastronomica italiana.
Eppure, tra le foto di quel giorno, quella istituzionale con la Premier, quella di gruppo con i colleghi, è un semplice screenshot a emozionarla di più: “Quello di mia mamma che ha postato su Instagram un momento mentre io facevo il discorso. Era a Palazzo Chigi e mi scriveva. È quella che preferisco”.
Il riconoscimento non è arrivato come frutto di una candidatura: “Mi hanno chiamato un giorno e mi hanno detto: complimenti, lei fa parte dei magnifici otto maestri. Io non ero né pronta, né sapevo bene di che cosa si stesse parlando”. Ma dietro quella sorpresa c’è un lavoro concreto e quotidiano. Carlotta è presidente del gruppo Ingredienti Gelato di Unione Italiana Food, il sodalizio che riunisce tutti i produttori di ingredienti per gelaterie artigianali, e sta coordinando un’iniziativa ambiziosa: portare il gelato italiano a un livello di riconoscimento culturale paragonabile a quello della pizza e della pasta.
“Non tutti sanno che il 24 marzo è la Giornata europea del gelato”, dice. E non senza ragione: il dato è pressoché sconosciuto al grande pubblico. Per colmare questo divario, il gruppo sta portando formazione nelle scuole, ha finanziato l’attività di dodici studenti degli istituti alberghieri durante Sigep (la principale fiera del gelato, che si tiene a Rimini a gennaio) e sta costruendo un percorso formativo in sette Paesi del mondo, con il supporto del Ministero dell’Agricoltura e dell’ICE.
“Il Natale lo facciamo a giugno”: la vita di una famiglia-azienda
La gestione di una famiglia di cinquanta persone che condivide al tempo stesso i legami del sangue e le sorti di un’impresa è una sfida organizzativa che richiede creatività. In casa Fabbri, per esempio, il pranzo di Natale si fa a giugno. “Una volta lo facevamo tutti insieme, ma siamo in cinquanta, i salotti di tutti non bastano. E poi ci siamo resi conto che avevamo tre generazioni nella stessa stanza, con i bambini dell’asilo che erano considerati una categoria a parte”. La soluzione: spostarsi in giugno, quando si può stare in giardino. I regali si fanno a rotazione, la casa ospitante cambia ogni anno, i compleanni con cifra tonda vengono celebrati collettivamente.
E quando all’interno di questa grande famiglia si lavora ogni giorno fianco a fianco? “Se un giorno vuoi prenderti delle ferie devi raccontare dove vai, cosa fai, cosa che con un collega qualunque sarebbe semplicissima”. Ma c’è anche il lato positivo: “Hai qualcuno che ti conosce e capisce il tuo momento. Dal punto di vista personale è molto più facile”. Una regola, però, è non negoziabile: “Bisogna essere i primi ad arrivare e gli ultimi ad andare via”.
La quotidianità professionale di Carlotta scorre su più lingue (prevalentemente l’italiano, poi l’inglese, poi lo spagnolo imparato negli anni argentini) e su un’agenda che, mostrata in diretta durante l’intervista, svela un calendario di impegni professionali che sopravanza nettamente quelli personali. I contatti con i manager sparsi nel mondo sono quotidiani. Le note di agenda, dall’allineamento con la Turchia a Pasquetta al viaggio a Roma, con la bambina affidata al marito, restituiscono il ritratto di una donna che gestisce tutto con la stessa pragmatica efficienza.
Sul tema del genere: “Guardo le donne meravigliose e mi chiedo dove trovino il tempo”
Inevitabile, nel 2026, la domanda sulla condizione femminile nei vertici aziendali. Carlotta Fabbri non si sottrae, ma sceglie la prospettiva del cambiamento più che della denuncia: “Il mondo sta cambiando. Sì, ho a che fare più con uomini che donne, e sì, so che c’è ancora qualcuno che si stupisce. Ma vorrei guardare solo il lato positivo: ci sono donne pazzesche che fanno cose pazzesche, e io le guardo e mi chiedo dove trovano il tempo e il modo”.
Una risposta che dice molto di un carattere: pragmatico, orientato al futuro, poco incline alle lamentele. Lo stesso atteggiamento che emerge quando le si chiede come ha affrontato le difficoltà della propria carriera. “Se ne esce con costanza e non mollando mai. Per me l’impossibile è lontano, come i bambini che credono negli unicorni, io credo che ci sia sempre una soluzione”.
Il gelato, il futuro e cinquanta prodotti nuovi all’anno
Come si fa a innovare mantenendo viva un’identità centenaria? Fabbri ci riesce producendo circa cinquanta nuovi prodotti ogni anno, distribuiti tra i diversi canali (il retail, la gelateria professionale, il beverage) e costruendo ogni novità come un dialogo tra tradizione e contemporaneità.
Lo zenzero dorato ne è il paradigma. Ma Carlotta suggerisce che la direzione è tracciata: seguire il benessere, la salute, le materie prime con proprietà nutraceutiche, senza perdere il piacere sensoriale che è il cuore del brand. “L’Amarena è un classico. Lo zenzero è l’evoluzione. Segue un po’ la moda del momento, ma segue anche il benessere, segue la salute”.
Il futuro di Fabbri 1905 è, in fondo, la stessa scommessa che Gennaro fece nel 1905 con le sue bottiglie colorate e il suo Amaro Carducci: capire il tempo che si vive, parlare a tutti i pubblici, non tradire mai la qualità. Più di centoventi anni dopo, la scommessa continua. E il vaso, quel vaso bianco e blu che orienta gli autobus di Borgo Panigale, è ancora lì.