L’autobiografia di Lino Banfi – 90, non mi fai paura!, in uscita oggi da Harper Collins – non è il semplice racconto di una carriera, ma un libro costruito su una tensione continua tra maschera e verità, tra comicità e dolore. E questo è il suo punto più interessante, più toccante: sotto il “nonno d’Italia” emerge con forza Pasquale Zagaria, l’uomo. Il libro non è solo una memoria professionale: è un tentativo di riappropriarsi della propria storia, togliendo la maschera comica per mostrare fragilità, paure, contraddizioni.
Lino Banfi, che cosa è stata la risata, per lei?
“Un modo per comunicare con gli altri. E l’ironia è stata anche una strategia per sopravvivere a fame, guerra, precarietà, lutti. In fondo anche in questo libro cerco di mantenere un tono sospeso fra il dramma e la leggerezza”.

Nella sua autobiografia, scritta insieme al giornalista Fabio Marchese Ragona, Banfi racconta l’infanzia in Puglia, tra guerra e povertà, poi i giorni in seminario: da dove fugge, o – come scrive nel libro – viene cacciato dopo aver tentato di guardare di nascosto le suore in deshabbillée. Già sapeva che non era con la tonaca il suo destino”.
Quegli anni in seminario hanno contato nella sua visione del mondo?
“Sì: ho sempre avuto, pur fra molti dubbi, una visione religiosa della vita. Non vado quasi mai in chiesa, adesso, soprattutto perché se entro in una chiesa affollata c’è sempre qualcuno che chiede un selfie, e non mi sembra rispettoso verso il Signore. Mi accade però di entrare in qualche piccolissima chiesa, di pomeriggio, quando non c’è nessuno, e mettermi a pregare, per un attimo che sembra infinito”.
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Aveva stretto amicizia con papa Francesco, a cui dedica anche il libro… Come è accaduto?
“Ci siamo visti diverse volte. Papa Francesco aveva un grande senso dell’umorismo, e una grande umanità. Capiva che le persone hanno bisogno di leggerezza. Nella dedica di questo libro, a mia moglie Lucia, chiedo anche di portare un saluto a papa Francesco, lassù”.
A 17 anni lei lasciò casa senza dire niente, per seguire una compagnia di avanspettacolo. Senza nemmeno avvertire suo padre?
“Eh sì. Me ne andai, e qualche giorno dopo avvertii i vigili di Canosa di Puglia che stavo bene. Mio padre non la prese benissimo: ma quando parlai con lui, capì che ero determinato a seguire la strada dello spettacolo. Se non fosse stato a 17 anni, sarebbe stato poco dopo. Ma sempre lì sarei finito”.

Non fu facile, però. È vero che ha anche pensato al suicidio?
“Sì: soprattutto perché la gente del mio paese non capiva quel pazzo che voleva fare ‘l’artista’, e non era neanche famoso. C’era uno scetticismo enorme. Così, una sera meditai davvero di impiccarmi alle corde del teatro, proprio quando lo spettacolo passava dal mio paese. Fu mio fratello a trovarmi, e a dirmi: Lino, ma che fai? Fu come risvegliarmi da un incubo”.
Da lì, è una storia di gavetta feroce, di umiliazioni, tentativi falliti. Anni di invisibilità, prima del successo. E di incontri decisivi: con Domenico Modugno, e con Franco e Ciccio. Nascono le sue maschere popolari: da Oronzo Canà a Nonno Libero. Ma il libro non è mai solo la storia di un trionfo. È anche la storia di un amore.
È fortissimo, nel libro, il sentimento d’amore per sua moglie Lucia. Un amore lungo sessant’anni.
“Mi innamorai di lei a sedici anni. Ma è stata Lucia a fare il più grande sacrificio: lei aveva un’attività di parrucchiera che funzionava bene. E quando io le dissi: Lucia, io ti amo, non voglio sposare una ballerina o una soubrette, voglio sposare te: però vivo in giro nei teatri, come facciamo? Lei mi disse: che mi importa? Io ti seguirò, ti aspetterò. E se dobbiamo fare sacrifici insieme, li farò con te”.

Lucia ha rinunciato al suo lavoro. Lei alle distrazioni del mondo dello spettacolo.
“Non ho mai ceduto alle tentazioni: io lavoravo con tantissime donne di una bellezza pazzesca, ma stavo bene solo a casa, con le pantofole, con Lucia e con i miei figli”.
Dopo la scomparsa di Lucia, nel 2023, il dolore come è cambiato nel tempo?
“Non cambia molto. Io mi ritrovo spesso solo in casa, e ogni tanto mi scopro a parlare con lei”.
Io mi ritrovo spesso solo in casa, e ogni tanto mi scopro a parlare con mia moglie
La sua popolarità attraversa le generazioni. Forse la hanno presa sul serio anche un po’ tardi?
“Per tanti anni i critici hanno scritto di me e dei film che facevo con molta sufficienza. Ma poi, molti critici si sono ricreduti. Io, nel mio piccolo, ho sempre cercato di non sporcare il mio personaggio: di non fare pasticci, non creare scandali, e di lavorare sui miei personaggi come un artigiano, come un orafo”.
Il titolo del suo libro è 90 non mi fai paura. È davvero così, o è una sfida che si rinnova ogni giorno?
“Devo trovare il coraggio, ogni giorno. Ma sto facendo amicizia con sorella morte: le ho chiesto di aspettare ancora un po’. Poi immagino che andrò dove mi aspetta Lucia, e con lei mi aspettano tanti personaggi a cui ho voluto bene: Modugno, Franco e Ciccio, Lando Fiorini, Carlo Campanini. Tanti protagonisti dello spettacolo che rivedo in tv, ogni tanto, e con i quali mi ritrovo a parlare prima di accorgermi che non sono qui. Ci ritroveremo, e ci faremo insieme un sacco di risate”.