Roma, 24 agosto 2026 – Volenterosi sì, ma con il freno a mano rigorosamente tirato. L’Italia si smarca e si chiama fuori dalle esercitazioni congiunte annunciate da Emmanuel Macron per l’autunno. Un “no” tattico, che chiude una giornata di vertiginoso equilibrismo per il governo italiano.
“Si fa ma non si dice”. La sintesi beffarda, affidata a X dal senatore democratico Filippo Sensi, fotografa alla perfezione la linea della premier al vertice dei Volenterosi nel Giorno dell’indipendenza di Kiev.
Collegata in video da Palazzo Chigi, esattamente come molti leader europei, Giorgia Meloni rassicura gli alleati: garantisce pieno sostegno fino a una “pace giusta e duratura” — che nel dizionario atlantista si traduce in “vittoria” — e firma un comunicato che blinda “la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza ucraina”. Poi, però, scatta il controbilanciamento a uso e consumo interno: la via maestra, precisa, resta il “percorso negoziale”. È un faticoso esercizio di funambolismo. Da una parte l’adesione totale al blocco europeo, dall’altra le sirene d’allarme in patria. Pesano i malumori di una Lega in cui Salvini è in palese affanno, e incide soprattutto il portafogli degli italiani: con il caro energia che morde e zero veri ristori sulle accise, l’elettorato è allergico a nuovi sacrifici per l’Ucraina. E allora la strategia è il compromesso silenzioso. Sì alle sanzioni durissime contro Mosca, sì all’invio di “ulteriori generatori destinati in particolare a sostenere la resilienza della popolazione ucraina e a garantire la tenuta della rete energetica”. Ma sulle armi, la vera urgenza di Zelensky, cala una cortina fumogena. Da Palazzo Chigi minimizzano: “La difesa contraerea? La funzionalità di ospedali e scuole è altrettanto importante”.
La realtà, però, viaggia su binari sotterranei. Nei fatti l’approccio è quello denunciato dall’opposizione: agire senza sbandierarlo.
Dietro le quinte, i nostri ministri brindano per aver schivato la trappola del Purl, il programma della Nato per l’acquisto di armi Usa destinate a Kiev. Molti partner europei ci hanno buttato fior di quattrini, ma gli arsenali americani languono, lo spettro dell’Iran incombe e al fronte non è arrivato un bel niente, compresi i vitali missili Patriot.
L’Italia, che piaccia o no alla maggioranza, la sua parte militare la farà eccome. Per tappare la falla dei Patriot arriverà il sistema Samp/T, sbandierato dall’Eliseo ma frutto della joint venture (anche) italiana Eurosam. Le armi ci saranno, coperte dal rassicurante velo semantico della “difesa”, anche se su quantità e tipologia vige il massimo riserbo. Zelensky parla già apertamente di missili Aster 30 in arrivo per l’autunno, mentre fonti qualificate danno per certo l’impegno di Leonardo Ukraine nell’apparato bellico di Kiev, snodo cruciale anche per accedere alle tecnologie avanzate e alle preziose banche dati sviluppate sul campo in questi anni di guerra.
Tutto secretato o quasi, ma con un paletto politico invalicabile: l’Italia non prenderà parte a missioni di peacekeeping. È un’ipotesi che circola tra i partner più accesi, fantasiosa quanto si vuole, ma da cui Roma si sfila con nettezza rinunciando alle esercitazioni congiunte. A tracciare la linea rossa è il ministro degli Esteri Antonio Tajani: “L’Italia è sempre stata dalla parte di Kiev, ma la presenza militare è un’altra questione. Non ci saranno nostri soldati sul campo. Non siamo in guerra con la Russia”. Una posizione inequivocabile, ribadita a stretto giro anche in un colloquio telefonico con l’omologo ucraino Andrii Sybiha.
Dichiarazione ineccepibile, se non fosse che la realtà bussa già alla porta. A microfoni rigorosamente spenti, dai palazzi del potere filtra uno scenario decisamente più cupo. L’ipotesi di uno scontro diretto tra Europa e Russia non è più derubricata a tabù, ma considerata probabile. E guardando ai fronti invisibili ma spietati dell’informazione e della cybersecurity, c’è chi ammette l’amara verità: “In guerra ci siamo già”.