Roma, 20 dicembre 2025 – Il nuovo emendamento del governo alla manovra arriva in Commissione Bilancio del Senato come un “contenitore” che rimette insieme pezzi che, nelle intenzioni iniziali, avrebbero dovuto finire in un decreto a parte: misure per le imprese, interventi su Tfr e previdenza complementare, capitoli di spesa come Piano Casa e Ponte sullo Stretto, oltre a un contributo da 1,3 miliardi a carico delle assicurazioni. Il tutto in un clima politico ancora segnato dagli scossoni dei giorni scorsi, con il dossier pensioni diventato terreno di frizione nella maggioranza e poi ricalibrato a colpi di riscritture.
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La scena, oggi, è soprattutto parlamentare: la Commissione apre i lavori con la presenza del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che sceglie un tono insieme pragmatico e disincantato. Ricorda che la manovra è un percorso fatto di passaggi e correzioni e sposta il fuoco sul traguardo: conta “il prodotto finale”. E, sollecitato sulle voci di dimissioni circolate nei giorni caldi dello scontro, la butta sull’ironia: ci pensa “tutte le mattine”, ma è la sua ventinovesima legge di bilancio e sa come funziona la macchina.
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Il “decreto imprese” trasloca in manovra: crediti Transizione 5.0 e Zes
Il primo messaggio del nuovo testo è metodologico: una parte delle misure economiche che avrebbero dovuto viaggiare su un provvedimento separato viene assorbita in manovra. Dentro ci sono le risorse per i crediti d’imposta Transizione 5.0 e Zes, due capitoli che il governo considera strategici per tenere insieme politica industriale e incentivi agli investimenti, soprattutto in chiave energetica e di competitività.
Tfr e previdenza complementare: adesione automatica per i neoassunti e “platea” più ampia di aziende coinvolte
Sul fronte lavoro-previdenza, l’emendamento conferma l’impostazione già emersa nelle bozze: adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti del settore privato (con possibilità di rinuncia entro un termine), una scelta che punta a far crescere le adesioni ai fondi con un meccanismo “opt-out”.
Ma la novità politica più delicata è un’altra: torna l’ampliamento della platea dei datori di lavoro coinvolti nel versamento del Tfr al Fondo Inps per l’erogazione del contributo. Dal 1° gennaio 2026 rientrerebbero anche i datori che raggiungono la soglia dimensionale dei 50 dipendenti non subito all’avvio dell’attività, ma negli anni successivi (con riferimento alla media annua dei lavoratori dell’anno precedente).
C’è però una transizione che ammorbidisce l’impatto: nel biennio 2026-2027 l’inclusione sarebbe limitata alle aziende con almeno 60 dipendenti. E il meccanismo diventa progressivamente più esteso nel medio periodo: dal 2032 l’obbligo è previsto anche per imprese con almeno 40 dipendenti.
Tradotto: la manovra disegna una traiettoria che parte più prudente (soglia più alta) e poi allarga il perimetro nel tempo, con una logica di “rampe” che riduce lo shock immediato ma rende strutturale l’estensione.
Salta la scorciatoia introdotta l’anno scorso: niente vecchiaia “anticipata” sommando la rendita dei fondi pensione
Dentro l’emendamento c’è anche un’inversione di rotta secca su una norma fresca, introdotta appena con la scorsa legge di bilancio: viene soppressa la possibilità – in vigore dal 2025 – di accedere alla pensione di vecchiaia anticipando il raggiungimento della soglia di importo mensile grazie al cumulo con una o più rendite di previdenza complementare (nel perimetro del regime contributivo e con 20 anni di contributi).
Qui Giorgetti non nasconde l’amarezza: ricorda che era una misura voluta dal governo l’anno scorso e lascia intendere che, politicamente, non è stata considerata “strategica” dagli interlocutori. Sul piano dei conti, la soppressione viene letta come fonte di risparmi crescenti negli anni, con una stima che arriva fino a 130,8 milioni nel 2035 sulla spesa pensionistica.
Assicurazioni, Piano Casa, Ponte sullo Stretto: il “pacchetto” si allarga
Nel nuovo emendamento entrano anche tre capitoli che parlano al Paese “fuori” dai tecnicismi:
• un contributo da 1,3 miliardi a carico delle assicurazioni;
• le risorse per il Piano Casa;
• il rifinanziamento degli stanziamenti relativi al Ponte sullo Stretto di Messina, dopo le ultime decisioni della Corte dei Conti.
Sono scelte che hanno una doppia valenza: da un lato danno coperture e carburante a interventi concreti (casa, infrastrutture), dall’altro rimettono sul tavolo dossier simbolici, a partire dal Ponte, che per una parte della maggioranza è una bandiera politica oltre che un’opera.
Il capitolo pensioni, dopo lo scontro: dal “taglio” più contestato a una riscrittura più difendibile
Sul piano politico, l’emendamento arriva dopo giornate in cui il tema pensioni ha rischiato di diventare un detonatore: prima la stretta più dura ipotizzata su alcuni canali e sul riscatto, poi la retromarcia e la riscrittura. Il risultato, ora, è un impianto che punta meno sull’idea di “toccare diritti percepiti” e più su leve tecniche e graduali: platee, incentivi alla complementare, cancellazione di scorciatoie recenti.
Giorgetti “regista” del finale: esperienza, ironia e un messaggio al Parlamento
In questo quadro Giorgetti prova a chiudere la partita mettendoci la faccia: va in Commissione, rivendica l’esperienza (“29 manovre”) e sceglie una linea comunicativa che lo posiziona come l’uomo del metodo più che dello scontro. Il sottotesto è semplice: dopo giorni di fibrillazioni, l’obiettivo è riportare la manovra su binari gestibili, accettando che in Parlamento si limi e si riscriva, ma portando a casa un testo che il governo possa rivendicare come “giusto”.
Il passaggio decisivo, adesso, è tutto nelle prossime ore: se l’emendamento reggerà l’urto degli ultimi aggiustamenti e delle pressioni incrociate, sarà anche perché la maggioranza avrà scelto una strada più difendibile politicamente. E perché Giorgetti, in questa fase, ha deciso di stare davanti al portone: meno annunci, più tenuta dei conti e più controllo del finale.