Marjane Satrapi è stata una poeta del fumetto. Una delle maggiori al mondo. E in un modo da poeta a volte malinconica qual era, l’autrice di Persepolis ci ha lasciati a soli 56 anni. “È morta di tristezza – hanno annunciato i suoi cari – poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita”. Lei stessa, poco dopo la morte a 53 anni di Mattias, attore e produttore svedese, aveva pubblicato su Instagram dieci post consecutivi, uno per lettera, più due fotografie: “For I lost the love of my life“.
In uno dei suoi rari romanzi a fumetti (in tutto, appena tre), Pollo alle prugne (2004), il terzo della serie dopo Persepolis e Taglia e cuci, Marjane aveva raccontato la storia di un prozio, Nasser Ali Khan, suonatore di un antico strumento a corde, il tar, e andato in depressione, fino alla scelta di lasciarsi morire, per la disperazione causata dalla rottura dell’amato e insostituibile strumento, un incidente che aveva risvegliato nel suo cuore il ricordo di Irane, il suo grande ma negato amore giovanile.
Morire di tristezza, dunque, è possibile, e può accadere anche a persone, come Marjane Satrapi, che affrontano la vita con coraggio e intraprendenza, sfidando il potere costituito e anche le convenzioni, i luoghi comuni, le aspettative sociali. Era accaduto qualcosa di simile, per citare una grande donna del ’900, a Simone Weil, la filosofa e attivista morta in Inghilterra di frustrazione e consunzione nel 1943, in piena guerra, ad appena 34 anni.
Quando uscì Persepolis, fra 2000 e 2003 in quattro albi poi raccolti in un unico volume, Satrapi viveva a Parigi da tempo ma non aveva ancora ottenuto la cittadinanza: era il paradosso d’essere autrice di uno dei libri in francese più noti e venduti del suo tempo, restando però per la Francia una persona di serie B, un’immigrata ancora in attesa d’essere ammessa alla pienezza dei diritti. Non sorprende, allora, che l’impegno per i diritti civili universali, l’avversione per le destre radicali e nazionaliste, la lotta contro i pregiudizi razziali siano stati al centro del suo costante impegno di artista e di cittadina.
Si oppose, in particolare, al presidente Nicolas Sarkozy, quando questi pose retoricamente la domanda “Che cosa significa essere francesi?”, alludendo alle rivolte nelle banlieues animate da giovani detti “francesi di seconda o terza generazione”; ebbene, Satrapi rispose al presidente che “essere francesi significa proprio non porsi quella domanda”.
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Tutto, del resto, era cominciato proprio con Persepolis, uno dei capolavori universali della “bande dessinée“, un romanzo a fumetti nel quale l’autrice racconta in un luminoso bianco e nero, dal tratto quasi infantile e favolistico, la sua vita in Iran prima della fuga in Francia, il passaggio da bambina a donna nell’oppressione subita in prima persona, insieme con la sua famiglia benestante e progressista, avversa all’oscurantismo del regime islamista di Teheran.
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Persepolis, percepito come una vigorosa denuncia del fondamentalismo, era anche un atto d’amore verso il suo popolo e il suo paese, perché una poeta come lei non era tipo da fermarsi sulla superficie delle cose: “Quando si parla dell’Iran – disse in un’intervista – sembra che esistano solo i fanatici e gli estremisti islamici. In questo modo togliamo ogni umanità agli iraniani, li rendiamo astratti”.
La fama raggiunta su scala internazionale, anche con i film di animazione di cui fu regista (a cominciare, nel 2007, proprio con Persepolis), naturalmente cambiò il “clima“ attorno a lei, al punto che l’anno scorso le è stata assegnata la Legion d’onore. Ma lei ha rifiutato la prestigiosa onorificenza per denunciare “l’atteggiamento ipocrita della Francia nei confronti dell’Iran”: “Non posso – disse – continuare a vedere i figli degli oligarchi iraniani venire a trascorrere le vacanze in Francia, persino essere naturalizzati, mentre allo stesso tempo i giovani dissidenti hanno difficoltà a ottenere un visto turistico per venire a vedere cosa offre il Paese dell’Illuminismo”.
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Marjane Satrapi, nelle note biografiche, è descritta come un’autrice franco-iraniana, ma non aveva più il passaporto di Teheran da molto tempo e si era sudata fin troppo quello di Parigi; dovremmo ricordarla, piuttosto, come una poeta e basta, e i poeti non hanno patria, se non il mondo intero.