Obiettivo di guerra. Il ruolo delle fotografie nel mondo in fiamme

Roma, 30 luglio 2026 – Palazzi sbriciolati come castelli di sabbia; bimbi tra le macerie, soli. Madri aggrappate a fagotti bianchi. È Gaza. Hezbollah, invece, piange i suoi morti brandendo armi e le bandiere gialle. Dell’Iran vediamo i razzi e una capitale che colora i muri di odio e minacce, mentre gli americani ci mostrano obiettivi grigi dentro mirini verdi. Eppure è la stessa guerra. Perché, allora, ha facce tanto diverse? Perché alcuni esibiscono i corpi e altri i missili? Nulla è casuale, ma non tutto è propaganda.

Susan Sontag scrive che “fotografare significa inquadrare, e inquadrare significa escludere”. Significa scegliere. Ma chi sceglie? Perché? E per chi?

epaselect epa11658001 A Palestinian woman, grandmother of killed one-and-a-half-year old baby Yaman Al Zaneen, mourns while carrying his body during the funeral in Deir al Balah, central Gaza Strip, 14 October 2024. According to the Palestinian Ministry of Health, 23 people, including children, were killed after a school sheltering internally displaced Palestinians in Nuseirat camp was struck by an Israeli attack on 13 October. More than 42,200 Palestinians and over 1,400 Israelis have been killed, according to the Palestinian Health Ministry and the Israeli Army, Tsahal, since Hamas militants launched an attack against Israel from the Gaza Strip on 07 October 2023, and the Israeli operations in Gaza and the West Bank which followed it. EPA/MOHAMMED SABER

IL DOLORE DI GAZA

Nella Striscia i reporter stranieri entrano a fatica. Dopo il 7 ottobre 2023 Israele ha blindato i confini, salvo rare visite accompagnate. Le fotografie che attraversano il mondo sono in larghissima parte scattate da reporter palestinesi. Raccontano di case distrutte, famiglie spezzate, bambini feriti. Quelle immagini chiedono soprattutto una cosa: guardate. L’annientamento, la morte, la disperazione. Certificano ciò che vorremmo negare. Ci impediscono di voltarci dall’altra parte. Gli scatti arrivano a migliaia attraverso le agenzie internazionali. Belli anche se fanno male.

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epa12247647 Palestinian child Yazan Abu Foul, aged two, is cared for by his mother Naima, as he suffers from severe malnutrition due to the acute shortage of food caused by the blockade imposed on the Gaza Strip and the closure of border crossings, in Al-Shati refugee camp, west of Gaza City, 19 July 2025. Yazan lives in harsh environmental and health conditions, with his family lacking the basic necessities of life amid a worsening humanitarian crisis. According to medical sources, the child’s health continues to deteriorate due to the lack of proper nutrition and necessary medical care. Humanitarian organizations have warned of an imminent food catastrophe threatening the lives of thousands of children in the besieged Gaza Strip, this situation coming at a time when Gaza’s residents face severe food insecurity and a sharp decline in health services, amid ongoing restrictions on the entry of humanitarian aid and essential supplies. EPA/HAITHAM IMAD

La fotografia di una persona morta non custodisce soltanto una perdita privata, diventa la prova pubblica dell’ingiustizia subita. Salva un’identità, costruisce una memoria collettiva contro la cancellazione. È un tratto profondo della cultura visuale palestinese. La stessa radice araba avvicina la testimonianza al martirio: shahāda è la testimonianza, shahīd il martire, colui che testimonia.

E le composizioni ripropongono di continuo archetipi comprensibili anche in Occidente: la Pietà di una madre col figlio, un corpo nel sudario, la famiglia raccolta attorno al defunto. Non sono necessariamente costruzioni consapevoli, ma il nostro inconscio le riconosce. Ad Hamas fanno gioco, perché rafforzano una narrazione centrata sulla vittima. Alla causa palestinese forse meno. Il rischio è che un intero popolo finisca rappresentato solo come oggetto della storia, mai come soggetto politico.

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epa12444382 Palestinians walk along a street amid the rubble of destroyed buildings during a ceasefire between Israel and Hamas under the first phase of the Gaza peace plan, in Gaza City, Gaza Strip, 10 October 2025. Prime Minister Benjamin Netanyahu’s office announced on 09 October that the Israeli government had approved the Gaza ceasefire and hostage release plan. EPA/MOHAMMED SABER

HEZBOLLAH, DAL LUTTO ALLA RESISTENZA

È un pericolo che non intendono correre i miliziani libanesi di Hezbollah, i quali fondono la retorica del sacrificio con quella della resistenza. La bandiera non manca mai, spunta tra pareti bombardate o avvolge bare sospinte da ondate nere. I funerali dominano il racconto visivo. Il rito trasforma il lutto in un atto pubblico, politico. Lacrime e fucili; urla mute: di disperazione e di rabbia. Di vendetta. La matrice culturale è il mito sciita di Karbala: l’uccisione dell’imam Husayn, nipote del profeta Maometto, non è soltanto una tragedia. È il racconto simbolico della minoranza giusta che si ribella a un potere più forte; il rifiuto della sottomissione; la sconfitta militare che diventa una vittoria morale e religiosa. Quelle immagini parlano anzitutto alla comunità sciita e ai pubblici arabi regionali. Parlano di orgoglio, coesione e mobilitazione. Sono spesso autoprodotte, perché anche l’accesso al Sud del Libano è filtrato. Il Partito di Dio giustifica le restrizioni con il timore di regalare informazioni preziose al nemico. E neppure il nemico, Israele, vuole tra gli anfibi testimoni che non siano embedded.

Ogni attore sceglie dunque il proprio spettatore e calibra il messaggio sul destinatario.

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EDITORS NOTE: Graphic content / An injured Palestinian boy waits to receive treatment at Baptist Hospital in Gaza City following an Israeli strike in the central Gaza Strip, on July 2, 2025, amid the ongoing conflict between Israel and the Palestinian Hamas militant group. (Photo by Omar AL-QATTAA / AFP)

LA RETORICA  DELLE POTENZE

Iran e Stati Uniti giocano però una partita diversa. Nelle comunicazioni ufficiali mostrano raramente i propri morti, preferiscono esibire la forza. Le potenze parlano urbi et orbi. Alla città e al mondo comunicano lo stesso concetto: siamo forti, preparati, possiamo colpire ovunque in qualunque momento. Teheran sposta lo sguardo sull’istante prima: droni lucidati, file di missili, lanci simultanei. È il sublime tecnologico, l’individuo scompare davanti alla macchina.

Washington sottolinea il momento dopo: riprese termiche, sensori elettro-ottici, mirini, edifici che svaniscono in una nube grigia. La stessa immagine rassicura gli alleati e minaccia i nemici. All’interno promette controllo, all’esterno comunica deterrenza.

E i danni subiti? Pochi fotogrammi strappati ai video dei civili iraniani documentano le città ferite dal fumo nero. Delle basi americane nel Golfo conosciamo le coordinate, ma quasi mai vediamo ciò che accade dentro: operazioni, vittime e distruzioni restano dietro un muro di segretezza e censura.

Iran e Stati Uniti disumanizzano la guerra riducendola a prestazione tecnologica. Hezbollah la trasforma in resistenza. Gaza la riporta sui corpi. Tre grammatiche visive: la macchina, il martire, la vittima.

L’AMBIZIONE UCRAINA

Categorie che fuori dal Medio Oriente si combinano. L’Ucraina offre il caso più peculiare e ambizioso. Se Gaza ci chiede di guardare, Kiev vuole che ci schieriamo. La comunicazione di Zelensky alterna sofferenza e capacità di agire. Non si limita a documentare l’invasione. Cerca di convincere gli europei che quella guerra li riguarda. Mostra città simili alle nostre, famiglie che potrebbero essere le nostre, soldati che difendono una normalità nella quale possiamo riconoscerci. Uno studio su oltre 3.300 fotografie diffuse dal Ministero della Difesa ucraino, pubblicato su Cooperation and Conflict, individua quattro figure ricorrenti: la donna soldato, l’anziana sofferente, il matrimonio di guerra, Saint Javelin, la santa popolare raffigurata con il lanciamissili anticarro. Vulnerabilità e forza, tradizione e modernità, dolore e azione: l’Ucraina non vuole soltanto compassione. Vuole appartenenza.

MOSCA E LA PAURA A DISTANZA

Mosca allontana invece l’obiettivo dal fronte. Cerimonie, visite ufficiali, rituali patriottici. La guerra c’è, ma resta sullo sfondo, a distanza di sicurezza dalla normalità. Il messaggio è semplice: la Storia, inevitabilmente, è tornata; ma state tranquilli, qualcuno combatte per voi.

Le parole d’ordine non bastano, spesso non servono. Le immagini non si limitano a raccontare la guerra: decidono chi è vittima, chi combatte, chi vince, chi merita di essere guardato. La costruiscono. E tuttavia l’essenziale può restare invisibile, anche quando lo abbiamo davanti agli occhi.