“Alex era magico. Riusciva a creare un rapporto di empatia con chiunque gli si avvicinasse. Alla sua umanità straordinaria hanno contribuito in modo decisivo la moglie Daniela e il figlio Niccolò. È stato un onore essere amico di una famiglia così…” Paolo Barilla ha avuto un rapporto speciale con Alessandro Zanardi. E non solo per il legame professionale, cementato da un rapporto di sponsorizzazione durato decenni. “Sono stato un pilota anche io, anche se meno bravo di lui – ricorda il vicepresidente della azienda parmigiana –. Non eravamo coetanei, quindi è mancata l’occasione di sfidarci ruota a ruota, in pista”.
Come nasce la vostra frequentazione?
“Da una combo, come direbbero i ragazzi di oggi. Da una combinazione fortunata, con il senno di poi: era il 1997 e la Barilla si apprestava a debuttare sul mercato nord americano con i suoi prodotti. Cercavamo un testimonial che incarnasse l’italianità…”
Quindi, niente divi di Hollywood.
“No, no: Zanardi aveva cominciato a correre oltre oceano ed era perfetto per il ruolo. Solare, generoso, schietto. Aggiungo che andava davvero forte, tanto che ha vinto due campionati di seguito, dando spettacolo”.

E come siete passati dalla collaborazione professionale all’amicizia?
“Nel 2001 lui ha avuto quel terribile incidente in Germania. Si è salvato contro tutte le previsioni dei medici. Doveva tornare a casa da Berlino, andava tutelata la sua privacy. Così sono andato io in Germania con l’aereo aziendale. E lì è successa una cosa che mi ha fatto capire di cosa sarebbe stato capace nella sua seconda vita Alex da Castel Maggiore…”
Che accadde?
“Arriviamo sotto il velivolo con Daniela, Niccolò che era piccolino e la mamma di Alessandro. Cerco qualcuno che mi aiuti a portarlo a bordo. Non faccio in tempo a girarmi che lui aveva già salito la scaletta con la sola forza delle braccia. È stata una lezione! Per lui era già tutto perfettamente normale. Non accettava di sentirsi diverso perché aveva avuto un incidente. E posso aggiungere una cosa?”
Prego.
“Zanardi è stato un gigante anche nel suo rifiuto del pietismo altrui. Non ha mai inseguito la compassione del prossimo. Anzi, ha sempre cercato di donare qualcosa. Credo che questo la gente comune lo abbia percepito molto bene e ciò spiega la commozione popolare che ha accompagnato il suo addio”.

Beh, ha anche cambiato il modo in cui noi italiani ci accostiamo allo sport paralimpico.
“Sicuramente. Alex era un agonista e lo è rimasto fino alla fine. Adorava la competizione ma con la handbike non gareggiava esclusivamente per se stesso. Sempre però evitando di sentirsi un simbolo”.
Anche se lo era diventato.
“Gliel’ho detto all’inizio, Zanardi emanava qualcosa di magico. Quando lo incontravi, avvertivi il piacere di stare in sua compagnia. Fu così anche con i tecnici dell’amico Dallara: dopo cinque minuti tutti gli ingegneri volevano lavorare con lui e per lui, per il progetto della sua handbike! E noi come Barilla siamo orgogliosi di aver fatto un percorso insieme, non solo in termini di immagine. Lui ha fatto parte del nostro comitato aziendale per l’inclusione, era un tipo tosto pure in quel contesto, aveva sempre idee interessanti. Prima dell’ultimo incidente, nel 2020, stavamo ragionando su un progetto per rendere tecnologicamente più avanzate le carrozzine per i disabili, per renderle fruibili anche sulle spiagge. È mancato il tempo, purtroppo”.