L’Italia potrebbe inviare due navi cacciamine nello Stretto di Hormuz. Lo farà a guerra finita, se tutti saranno d’accordo e se il Parlamento darà l’ok. Ad annunciarlo è Giorgia Meloni al termine del vertice dei Volenterosi che si è tenuto a Parigi insieme a Starmer, Merz e Macron e a cui la premier italiana ha deciso di aderire dopo la rottura con Trump.
La missione decisa dal gruppo è rendere di nuovo navigabile, sicuro e naturalmente gratuito, lo Stretto di Hormuz. La Meloni ha spiegato che “l’Europa farà la sua parte. L’Italia farà la sua parte”. Anche se non detto in maniera ufficiale, l’Italia manderà nello stretto due cacciamine: si tratta del “Gaeta” e del “Rimini”. Le due navi sarebbero già vicine allo Stretto. Le condizioni per usarle sono chiare: “Una presenza navale a Hormuz può essere avviata solo dopo una cessazione delle ostilità, in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali, con una postura esclusivamente difensiva” ha scandito la Meloni.

Perché l’Italia potrebbe schierare i cacciamine a Hormuz
“Con i dragamine abbiamo una grande esperienza, ma da soli non potranno operare in sicurezza perché hanno comunque bisogno di copertura antimissile da parte di altre unità”. A dirlo è generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, in un’intervista al Corriere della sera.
Il generale descrive la situazione attuale con il possibile intervento italiano all’interno di una coalizione internazionale per mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz. Parlando di cacciamine, specifica Camporini, “siamo fra i migliori al mondo. E soprattutto, a differenza di altri Paesi, come gli Stati Uniti che hanno preferito affidarsi a unità multiruolo, produciamo questo genere di unità nei cantieri di La Spezia”.
La partecipazione italiana, afferma, “sarebbe molto apprezzata”. Si tratterebbe “di una missione completamente diversa da quelle che già stiamo svolgendo nella zona (Aspides e Atalanta, ndr ), anche perché in questo caso si tratta di rendere sicuro un tratto di mare sotto minaccia sottomarina. In pratica, a oggi, non abbiamo alcun elemento per poter capire quante mine ci sono, di quale tipo e dove si trovano”.
Tra gli ordigni che potrebbero trovarsi di fronte le unità navali italiane, conclude Camporini, c’è una “grande varietà di mine subacquee: da quelle che si attivano per una variazione del campo magnetico provocata dal passaggio di una nave di ferro, a quelle che invece diventano operative con il rumore del naviglio, oppure ancora quelle con l’urto con lo scafo”.
Gli Usa faranno parte della missione a Hormuz?
Meloni continua intanto a incassare i colpi non replicando agli attacchi che arrivano dal presidente Usa. La premier, al termine del vertice si è limitata a dire: “Faremo il possibile per consolidare il cessate il fuoco in Libano, ottenuto anche con la mediazione degli Stati Uniti”. Nessun cenno dalla premier all’opportunità di una partecipazione americana alla missione di Hormuz insieme al gruppo dei Volenterosi. A provare a dire agli Usa di aderire al gruppo è stato solo il cancelliere tedesco Merz che, pur sapendo perfettamente quanto sia inutile, ha fatto almeno il gesto di chiedere agli Usa di aderire a questa missione che, per ora, resta solo sulla carta.
L’articolo Perché a Hormuz l’Italia potrebbe schierare i cacciamine, il generale Camporini: “Siamo i migliori al mondo” proviene da Blitz quotidiano.